Adolescenza

ADOLESCENZA – Capitolo 6

Desiderare di volare, sentirmi libera di essere me stessa. Quante domande nella mia testa. Sono intelligente o sono stupida? Sono brava negli sport o sono una schiappa? E se scappassi di casa? La scuola mi metteva in difficoltà poiché alcune materie non riuscivo a studiarle da sola, avevo bisogno di aiuto o forse di compagnia. Impiegavo un intero pomeriggio a fare i compiti, solamente perché mi perdevo nei miei pensieri, ero svogliata e a volte mi addormentavo sui libri. Invece di studiare leggevo, così quando mi interrogavano non sapevo ripetere e mi impappinavo. Era più interessante a mio parere il viaggio in autobus che la scuola. Eravamo tantissimi. Alcuni autobus non si fermavano perché erano già pieni; altri aprivano le porte e dovevi spingere per salire almeno un gradino e il più delle volte si chiudevano le porte e ti rimaneva fuori la cartella. Una mattina la mia vicina di casa che prendeva l’autobus con me non si sentiva molto bene e rigurgitò la colazione. Prese anche me e meno male che io non facevo mai colazione perché avremmo potuto innescare un vomito a catena. La fortuna è che dovevamo scendere così ci siamo pulite alla fermata.

Prendere l’autobus al ritorno era più complicato. C’erano moltissimi ragazzi e quando arrivava il bus e si aprivano le porte, tutti si ammassavano davanti per essere i primi a salire e prendere posto. Io restavo in piedi, questo però solo il primo anno perché poi imparai a fare come loro. Guardavo il bus arrivare, se capivo che era il mio mentre era ancora in movimento, mi piazzavo davanti alla porta a braccia semiaperte e la seguivo con un passo laterale veloce finché il mezzo non si fermava. A quel punto aprivo leggermente le gambe con i piedi ben saldi a terra e respingevo di forza gli spintoni dei ragazzi. Non mi spostava nessuno, io mi volevo sedere. Qualche ragazzo mi descriveva come fossi “Rambo” e io ne andavo fiera. Essere seduti in autobus, vicino al finestrino per tutto il viaggio che durava circa tre quarti d’ora era il mio angolo di pace, perché mi isolavo e sognavo ad occhi aperti. Immaginavo situazioni, che avevo vissuto in seconda persona, come avrei voluto fossero successe. Per esempio a scuola nell’ora di ricreazione quando stavo sola nel corridoio ad osservare gli altri alunni chiacchierare, ridere, atteggiarsi, divertirsi a me piaceva e non mi rendevo conto che probabilmente desideravo essere tra loro. Infatti quando ripensavo all’accaduto sognavo di essere la protagonista ascoltata con interesse dalle amiche. Oppure durante il tragitto in autobus capitava che alcuni ragazzi facessero i prepotenti con qualcuno più debole e io immaginavo di prendere le sue difese inveendo contro loro con parole e gesti in modo tale da convertirli all’atteggiamento corretto e gentile. Sinceramente non sono mai andata da uno psicologo per capire se il voler essere al centro dell’attenzione era una mancanza, una debolezza o solamente il mio carattere.

Ero veramente sciocca e poco informata. Non conoscevo bene la città e mi piaceva che mi prendessero in giro spiritosamente sul fatto che non conoscevo i monumenti più importanti. Non m’ importava. Ricordo un giorno che avevamo avuto assemblea d’istituto e poiché avevamo finito prima del termine delle lezioni con un gruppetto di compagni eravamo andati in Piazza Bra’ e io fui fermata da una signora straniera, che mi chiedeva dove fosse il monumento l’Arena e io che rispondevo, avendolo alle spalle, che non ne avevo idea. Le mie amiche mi presero in giro scherzando, fino a quando non andai a prendere l’autobus. In classe invece, un giorno tra una lezione e l’altra, un mio compagno di classe, seduto al banco davanti il mio, si girò verso di me e lanciò, come se avesse avuto una fionda in mano, una manina fatta di gelatina che si appiccicò ai miei occhiali. Erano giochi che si trovavano come regalo nei sacchetti delle patatine. Tutti risero e sebbene con un po’ di vergogna risi anch’io. Diveniva più facile affrontare la timidezza ridicolizzandomi. Seduta accanto a me c’era la ragazza incontrata il primo giorno di scuola. Con lei parlavo e un giorno la invitai a casa mia. Fu un pomeriggio alternativo, almeno per me, poiché riuscii a finire i compiti prima di cena e sebbene a causa di una risata improvvisa, mentre stavamo bevendo il te’ la lavai non riuscendo a trattenere la bevanda appena sorseggiata, ci divertimmo molto. Entrambe fummo bocciate al secondo anno. Cambiare la classe mi motivò e se gli anni precedenti non riuscivo ad avere voti oltre la sufficienza quell’anno che ripetei la seconda in alcune materie passavo dal voto appena sufficiente ad un discreto pieno. La scuola, però, non era la mia priorità.

Durante l’estate, per la prima volta senza genitori, andai in vacanza con mia nonna materna e mia cugina, che è più giovane di me di un anno, figlia della seconda sorella di mia mamma. Mia cugina veniva spesso a casa mia, abbiamo giocato molto assieme. Fu lei che, in un pomeriggio passato separatamente al parco di divertimenti del paese vicino, io con mia mamma e mia zia e lei con le amiche, fece probabilmente notare a mia zia, che avevo bisogno di una spinta a crescere, cambiare look, atteggiamento, insomma uscire dal mio isolamento. Infatti mia zia ( la seconda sorella di mio papà, 20 anni più giovane) mi chiamò in camera sua e mi insegnò a fare la valigia. Decidemmo l’abbigliamento per la spiaggia e per la sera. Scartammo molti completi definiti fuori moda. Mi prestò degli abiti che non usava più e io mi sentivo già grande; forse troppo poiché scattò in me una sicurezza tale da sembrare un Guru di esperienza. Partimmo per la vacanza al mare. Sole, spiaggia, abbronzatura, una camera solo nostra, ragazzini che ti guardano, la prima fuga per andare a ballare e poi colte in fragrante al ritorno. Alloggiavamo in un Hotel gestito dalla moglie di un conoscente che proveniva dal nostro paese. Mia nonna era in vacanza con una o due amiche e si era presa la responsabilità di noi ragazze, io mia cugina e la sorellina più piccola. Ricordo che ci eravamo calate dal terrazzino della nostra camera a quello della camera di sotto dove dormiva il fratello della proprietaria dell’Hotel. Dovevamo andare in discoteca con lui e la sorella di mia cugina ci doveva coprire dicendo alla nonna che eravamo a letto col mal di testa. Mia nonna, che aveva capito tutto, quella sera aspettò che tornassimo e dopo una leggera ramanzina il giorno dopo ci portò lei in discoteca. In una sala da ballo ad ascoltare “Una Rotonda sul Mare” e l’età minima era 60 anni. Io e mia cugina eravamo sedute su un divanetto, braccia e gambe incrociate e commentavamo e ridevamo tantissimo per sdrammatizzare la serata.

Al ritorno da quella vacanza ero fisicamente cambiata e non solo, poiché anche la mia personalità stava cambiando. O meglio pettinata bene, truccata un po’ mi vedevo non bella poiché sapevo riconoscere bene i miei difetti ma “Una Tipa”, “Figa”. Mi sembrava di essere due persone: la normale e solita di sempre durante la scuola e la ragazza che non puoi non notare, sicura di se, eccentrica e all’apparenza esperta di vita, alla domenica, quando si andava in discoteca di pomeriggio. Quell’anno presi la mia prima cotta per un ragazzo della mia età. Frequentava la mia scuola, stessa classe ma sezioni diverse io ero in “A” e lui in “L”. Lo avevo visto a ricreazione passarmi davanti mentre stava andando alla sua classe e io lo seguii con lo sguardo come fossi ipnotizzata. Per la prima volta sentii il cuore accelerare i battiti e salire alla gola. Era bellissimo, almeno per me. Aveva le labbra che sembravano quelle di Elvis Presley. Portava i capelli biondi con la frangia lunga che quando se la spostava con la mano mi scioglievo a guardarlo. E persi la testa, ma non riuscii ad esprimermi, a lasciarmi andare, a dire quello che volevo. Stavo imparando a reprimere la mia vera personalità assumendo atteggiamenti arroganti, altezzosi, egocentrici, superficiali di colei che non deve chiedere mai.

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