Avere il desiderio di andare a scuola, perché a ricreazione riuscivo a veder passare nel corridoio il ragazzo più bello in assoluto che avessi mai incontrato, era la mia priorità. Quando suonava la campanella della ricreazione andavo vicino alla finestra del corridoio, era il mio posto e aspettavo che passasse. Lo intravedevo a distanza, abbassavo lo sguardo e aspettavo di vedere le sue scarpe passare davanti a me per rialzare gli occhi e guardarlo da dietro mentre si allontanava. Ero timida e avevo paura di incrociare il suo sguardo, poiché sapevo che sarei arrossita dalla vergogna. Il mio coraggio dov’era? Perché non ero audace e non mi facevo avanti per un saluto, un semplice ciao. Caspita parlavo già poco di mio, mi creavo illusioni e storie nella mia fantasia, che dopotutto non erano impossibili, bastava una spinta e presentarsi. Esiste una scuola per questo? Che peccato! Mi accontentavo di vederlo passare, di provare quell’agitazione inspiegabile che aumentava il mio battito cardiaco, le mani che sudavano e il cervello che non riusciva a controllare il corpo, poiché non riuscivo a muovermi. Sapevo che non ce l’avrei mai fatta e così mi consolavo dicendo di godere solo di quello che accadeva non per mia volontà. In seconda liceo mi bocciarono e poiché il liceo usufruiva di un edificio diverso per il biennio sapevo che non lo avrei visto per un anno intero. Iniziava però il desiderio di andare in discoteca la Domenica pomeriggio e il destino volle che anche lui frequentasse lo stesso locale. Avevo così la possibilità di farmi notare. Mi piaceva truccarmi un po’, vestire provocante ed ero sicura che con un’ occhiata decisa lui sarebbe venuto da me a parlarmi. Macché, riuscimmo solo a ballare in pista quasi vicini, ma mai una parola.
Una mattina, andando a scuola, alla fermata del primo paese dopo il mio, lo vedi salire sul mio autobus ed ero così agitata che non capivo se era solo una coincidenza; forse aveva dormito a casa di un amico o di un parente dato che era salito da solo. Riuscii a scoprire che aveva cambiato residenza e c’era la possibilità che lo avessi visto più spesso. Ero in crisi. Mi sentivo un dottor Jekyll e mister Hyde perché non ero solita truccarmi per andare a scuola come facevano molte ragazze della mia età e come facevo invece la domenica pomeriggio per andare in discoteca. Il mio viso cambia molto da truccato. Mi sentivo molto più bella. Farmi vedere al naturale mi metteva a disagio, sebbene l’avessi conosciuto così, e probabilmente non mi sentivo sicura. Consideravo la bellezza l’unica possibilità per poter essere notata e corteggiata dai ragazzi. La mia poca loquacità sminuiva la possibilità di conquistare qualcuno per l’intelligenza. Infatti la mattina, senza trucco in viso, cercavo di nascondermi dietro il poggiatesta dei sedili e comunque spiavo ogni sua mossa cercando di non farmi vedere. Una mattina continuavo a fissarlo con la bocca semi aperta, come fossi ipnotizzata. Guardavo i suoi capelli coprire la fronte, il suo profilo, naso, bocca, occhi, il gubbino di pelle, come teneva lo zaino su una spalla. Osservavo ogni suo movimento fino a quando mi accorsi che mi stava scendendo una bava dalla bocca semi aperta e capii che era il caso di tornare sulla terra. Deglutii e sorrisi, mi sentii un po’ sciocca, poiché magari qualcuno avrebbe potuto notarmi e chissà cosa avrebbe pensato.
Una domenica pomeriggio in discoteca non riuscivo a vederlo, quando mancava ne rimanevo delusa e mi rovinavo l’intera giornata. C’erano molti bei ragazzi e con qualcuno si chiacchierava, si beveva qualcosa, si ballava. Alcuni erano divertenti e riuscivano a toglierti dalla testa il pensiero fisso di lui, ma nessun interesse. A volte credo che ho sempre cercato l’amore impossibile per non voler legarmi, per non voler soffrire, per paura di innamorarmi veramente. A quell’età consideravo l’amore come sottomissione, fare ciò che chiede la persona amata per renderla felice. E’ un concetto sbagliatissimo e mi ha condizionato per parecchio tempo. Io amavo essere libera e non mi dovevo sottomettere a nessuno, così non volevo trovare una persona con la quale costruire un futuro assieme, sebbene desiderassi avere un ragazzo. Se ci penso bene volevo solo la mia di felicità. Ero alla ricerca di persone con le quali non volevo stare veramente, perché se accadeva che il trasporto era reciproco, in me scattava qualcosa e perdevo l’interesse. Volevo che tutti fossero attratti da me, perché mi faceva sentire importante e desiderata. Non era la felicità che cercavo ma solo la consapevolezza che tutte quelle parole dette dai miei familiari, in modo spiritoso secondo loro, come ” sei tonta”, “non ne sei capace”, “non lo sai fare” erano espresse superficialmente e non con l’intenzione di ferirmi. Purtroppo ognuno di noi percepisce in modo diverso. Io sapevo di essere tonta, di non essere portata a fare certi sport, di non eccellere e sentirmi desiderata da estranei faceva da scudo alla mia fragilità aiutandomi a diventare egoista, orgogliosa e in certi casi acida. Il mio comportamento era “snob”, all’apparenza difficile da avvicinare, un atteggiamento di superiorità. Circa a metà pomeriggio lo intravidi sempre insieme ad un suo amico e non gli tolsi lo sguardo di dosso. Ero intenzionata a conoscerlo, mi sentivo sicura che avrei parlato con lui e invece ne ricavai un secco e improvviso Ciao, niente più. Avevo un nervoso che avrei voluto reagire con uno scatto e urlo isterico. Poi ci ripensai e mi consolai dicendo che almeno c’era stato un inizio, forse avevo rotto il ghiaccio. La mattina successiva lo vidi salire sull’autobus e mi salutò e io risposi, ma poi feci la preziosa e mi girai dall’altra parte. Nella mia mente continuavo a ripetermi di girarmi verso di lui, iniziare un discorso, ma non ci riuscivo mi veniva quasi da piangere per la tensione. “Perché ti comporti così ?” pensavo. ” Girati, parlagli, forza, uno, due, tre”. Nulla. Testarda, timida , altezzosa, orgogliosa. Sapevo di avere l’atteggiamento sbagliato e non facevo nulla per cambiare, piuttosto mi giustificavo dicendo che era una mia scelta e avrei accettato qualsiasi conseguenza. Arrivati a destinazione le nostre strade si dividevano e io sapevo che forse l’avrei rivisto la mattina seguente, invece era alla fermata per prendere il bus di ritorno per casa. Probabilmente aveva finito le lezioni un’ora prima e così lo rividi. Sembrava un segno del destino e speravo prendesse il mio bus. Ero distante da lui, ma con la coda dell’occhio cercavo di capire se si sarebbe mosso all’arrivo del primo autobus (ne arrivavano tre a distanza di pochi minuti), quello che avrei preso io. Quel giorno arrivarono tutti assieme e per accaparrarmi il posto persi di vista il mio amato così con rassegnazione salii sul mio autobus, posti a metà, vicino al finestrino. Ero emozionata, non sapevo se tutta quell’emozione dipendeva dal fatto che avevo sprecato un’altra occasione o perché ero contenta di averlo rivisto. Fantasticavo su come avremmo potuto incontrarci e magari sederci vicino. “Scusa posso sedermi…ma tu non sei la ragazza…” vedevo la scena nella mia mente e sognavo. Il mio cuore impazziva, ero così emozionata ed era la prima volta che provavo agitazione mentre sognavo, che mi sentivo in estasi. Poco prima della sua fermata mi accorsi che lui stava dietro di me. Il mio cuore si fermò. Tutto quel tempo trascorso e noi eravamo vicinissimi. Ecco perché ero emozionata.
In terza liceo eravamo nello stesso edificio e riuscivo a vederlo anche a ricreazione. Il giorno del suo compleanno gli feci recapitare a casa un mazzo di sette rose rosse. Non ricordo cosa avessi scritto sul biglietto so che quel giorno rovinai tutta la magia che si stava creando. Suonò la campanella, uscimmo dalla scuola ed entrambi ci avviammo per andare alla fermata del bus. Camminavamo distanti di qualche metro, sembravano in sintonia anche i nostri passi; mi stavo avvicinando a lui; non sentivo nessun rumore di sottofondo; il mio respiro sebbene affannoso per il passo veloce stava scomparendo; mi sentivo leggera come se stessi volando; non vedevo più nulla attorno a me eravamo solo noi due; finché lui si fermò e mi ringraziò per le rose. Seria gli risposi “Prego” e me ne andai. Prego, e me ne andai. Nessun’altra parola. Quell’alone di magia che si stava creando intorno a noi sparì in un istante. Dissolto velocemente, senza lasciare traccia. Il caos della città, il rumore delle macchine, il mormorio delle persone confondevano i miei pensieri. Giuro che vedevo in me due persone, una delle quali (la più sensata) che mi guardava incredula chiedendosi perché fossi così, perché mi comportassi in questo modo e l’altra insensibile, austera che mi rispondeva perché è questo quello che ti meriti. Lo so, avrei dovuto farmi vedere da uno psichiatra, forse sarei riuscita a mettere ordine ai miei pensieri, ai miei sentimenti, avrei acquisito più autostima, più sicurezza. Non lo so.
Era Febbraio del 1991 stava per finire la prima Guerra del Golfo. Avevamo fatto sciopero e occupato la scuola. Sinceramente le cause dell’occupazione mi erano poco chiare, poiché poco interessata, ero entusiasta invece, poiché la mia vecchia classe, essendo io stata bocciata, ci aveva chiamato per partecipare ad una riunione e c’era anche il mio amato. Avremmo fatto gruppo assieme, per fare cosa neanche me lo ricordo ma potevo stare vicino a lui e magari interagire. Continuavo a ripetermi di rimanere me stessa, di non creare nessun alibi che potesse confondere la mia personalità. Respiravo profondamente e mi avvicinavo sempre di più. La mia aria di superiorità non riuscivo a trattenerla, mi dava sicurezza, ma non dovevo esagerare. Una ragazza cominciò a parlare e a spiegare il da farsi e lui la interrompeva spesso interferendo sul suo discorso e spingendo ai limiti la mia pazienza, finché non intervenni sgridandolo a voce alta. Che combinai! Lo vidi abbassare lo sguardo e andarsene. Giocai malissimo le mie carte. Da allora lo vidi sempre meno, io mi ritirai da scuola e finì a poco a poco per affievolirsi l’interesse per lui. Non lo sognavo più. Ero alla ricerca di qualcos’altro.