Scegliere la Scuola Superiore è stato piuttosto difficile. I professori consigliavano un Liceo Artistico. Io sapevo che volevo diventare veterinaria e credevo che l’artistico non mi avrebbe preparata abbastanza. Ero confusa. Una mia zia, la sorella più giovane di mia mamma mi parlava molto bene del Liceo Scientifico e me lo consigliava non per le materie scolastiche ma diceva che mi avrebbe aperto la mente per eventuali scelte in futuro. Anche lei lo aveva frequentato e io ascoltavo i suoi consigli. Era solare, aveva sempre la battuta pronta e quando sorrideva le si chiudevano gli occhi a mandorla e di un verde chiaro brillante che diventavano piccoli e sottili. Alleggeriva situazioni pesanti, analizzandole con leggerezza per poi trovare qualcosa su cui ridere. Per qualche anno in paese aveva gestito un negozio di scarpe. Era piccolino ma ben fornito. Ricordo che entrando sentivi il profumo, o per me lo era, di scarpe nuove. Una cosa mi faceva sorridere e cioè che lei diceva di odiare i piedi, le facevano senso. Sapeva consigliarmi o forse non erano proprio consigli, poiché se ero incerta su una scelta, le sue parole mi toglievano dubbi e insicurezze su ciò che volevo fare, consapevole del fatto che era una mia responsabilità la conseguenza delle mie azioni e che comunque non avrei avuto nessun rimpianto. Riusciva a vedere in me un lato comico, che io proprio non pensavo di avere. Un giorno ero arrabbiata e mi sentivo incompresa e lei mi disse che dovevo provare a mettermi nei panni di chi mi stava di fronte per capire se effettivamente ero io a interpretare male parole o atteggiamenti e io le risposi che nei panni degli altri mi ci mettevo sempre cercando di analizzare e giustificare certi atteggiamenti ostili o avversi al mio comportamento e aggiunsi anche :-” perché gli altri non fanno la stessa cosa nei miei confronti per capirci a vicenda? Perché questo atteggiamento lo devo avere solo io? Io devo cercare di capire gli adulti e opprimere il mio pensiero? Cosa faccio di male nel comportarmi in un certo modo? Mi sembra di percorrere una strada a senso unico.” Lei rispose dicendomi che ero troppo intelligente e le dispiaceva per me. Che non sarebbe stato facile ma che avrei dovuto salvaguardare la mia personalità senza lasciarmi plagiare.
E io non ci riuscivo. Ero stupida e a volte ripetevo a pappagallo ciò che sentivo dire da altri e spesso erano cose offensive. Quello che mi faceva arrabbiare era che poi mi pentivo ma non riuscivo ad ammettere di avere sbagliato e non sapevo chiedere scusa. Facevo finta di niente sperando che il tempo mi facesse dimenticare; non ero io che dovevo dimenticare.
Iniziava la scuola superiore ed io ero un pesce fuor d’acqua. A quegli anni chi abitava nella bassa veronese e voleva frequentare il liceo scientifico in città, poteva andare solo al Galileo Galilei. Io ero stata raccomandata e riuscii ad entrare al Messedaglia, sezione A, lingua straniera Tedesco. Volevo tornare alle Medie. Il primo giorno di scuola, quando chiamarono il mio nome sentii una morsa al cuore. Ero sicurissima che non avrei parlato con nessuno e invece, al termine delle lezioni, mentre si scendeva la scala per uscire dalla scuola, mi si avvicinò una ragazza che mi chiese come mi chiamavo e dopo averle risposto e chiesto il suo nome, iniziò col farmi discorsi del tipo che non le piaceva il suo nome che è un nome da vecchi e che sperava che noi potessimo diventare amiche. Beh lo è ancora oggi una mia amica.
I miei compagni di classe abitavano quasi tutti in città. Vestivano bene, avevano un pochino la puzza sotto il naso a parer mio, ma forse era un po’ d’invidia. Ero tranquilla finché si faceva lezione ma quando suonava la campanella della ricreazione, mi sentivo ansiosa e mi aumentavano i battiti del cuore. Ho trascorso parecchie ricreazioni appoggiata al muro del corridoio con le mani dietro la schiena e con il capo chino a guardarmi le scarpe. Osservavo dalla finestra del corridoio il palazzo al lato opposto della strada e speravo risuonasse la campanella. La mia compagna di banco era la ragazza dal nome che non le piaceva, l’unica che mi faceva sentire a casa. Ho rimosso molti ricordi con la convinzione di stare meglio, ma non occorre rimuovere bisogna affrontare. Il mio sogno di diventare veterinaria non era più nel cassetto, ma chiuso in una scatola di ferro con lucchetto che avevo fatto sparire e sotterrato con gli occhi bendati. Iniziò un periodo di ribellione.