Giovinezza

GIOVINEZZA – Capitolo 3

Alle Scuole Medie io non riuscii ad accettare il fatto di non essere in classe con le mie amiche. C’erano due sezioni A e B, avrebbero dovuto mischiare le classi provenienti dalle Elementari e invece eravamo solo in tre spostati nella sezione B. L’edificio che ospitava la Scuola era una villa antica tutta recintata da una mura spessa e alta costituita da sassi e terra. L’entrata era un cancello di ferro, che ad una certa ora chiudevano. Adiacente ad esso, c’era una porticina che utilizzavano i ritardatari. Appena dentro, la villa si trovava a destra. Dovevi salire delle scale in pietra, circa a metà della casa, che ti portavano al salone d’entrata. In fondo ad esso un grande camino davanti al quale c’era il tavolo dove sedeva il bidello, che ci osservava attento. Sulle pareti laterali si trovavano le porte in legno delle stanze, se non ricordo male quattro classi, due per lato. Guardando il camino a sinistra scendevi dalle scale sempre in pietra, molto strette e arrivavi al piano terra dove c’erano i bagni e subito dopo altre due stanze, che ospitavano altre due classi. Io ero al primo piano e guardando il salone principale, entravo nella stanza dalla prima porta a sinistra ed ero seduta al primo banco che si vedeva entrando sempre a sinistra, vicino alla finestra. Subito dopo la finestra c’era un camino e poi un’altra finestra. La stanza era grande e luminosa. La cattedra dei professori stava sulla parete di fronte. Dietro una carta geografica appesa e guardando la cattedra a destra c’era la lavagna. La parete successiva terminava con una porta sulla quale era stato attaccato un cartello con scritto ” NON APRIRE ” e più di una volta qualche mio compagno di classe si era nascosto dietro questa con l’intenzione di fare uno scherzo al professore, ricavandone solamente una nota di demerito sul registro.

Un pessimo inizio, poiché a causa del calo della vista mi dovevo mettere gli occhiali. Non volevo accettare di dover portare gli occhiali, rotondi con una montatura rossa. Già ero in crisi per i fatti miei, poiché non sopportavo che mi facessero complimenti quando l’unica cosa che mi piaceva del mio viso erano le fossette. Non volevo mi fotografassero perché non sapevo mettermi in posa e mi prendevano sempre con delle espressioni orribili, con la bocca storta e gli occhi all’insù. Il bello era che guardando la foto, i miei genitori mi dicevano :” che bene che sei venuta !” . Ma scherziamo? la foto era veramente orribile, come potevano mentire in quel modo. Mi arrabbiavo così tanto. ” La mulona ” così mi chiamavano. L’unica consolazione era che finalmente avevo una camera tutta mia. La mia privacy era quasi al sicuro. Potevo chiudere la porta ed isolarmi. Peccato che non avevo la chiave, sarebbe stata la mia salvezza, ma ho sopportato bene tutte le entrate improvvise dei miei familiari.

A scuola ricordo una mia compagna di classe alta con un seno prosperoso e mi chiedevo come potesse essere già così formata mentre io avevo ancora il fisico assomigliante ad un bidone. La mia compagna di banco era ancora più timida di me. Aveva i capelli neri e lisci a caschetto. La frangia le copriva il bordo degli occhiali e quando scriveva si avvicinava così tanto al foglio che io mi consolavo pensando ” io ci vedo poco, ma lei è messa peggio di me”. Parlava pochissimo. La nostra classe era turbolenta, ricordo di aver fatto poche lezioni. Un giorno un nostro compagno ripetente poiché non voleva obbedire alla professoressa, la minacciò tirando fuori un coltello. I maschi si divertivano sputando delle palline di carta o pezzetti di gomma da cancellare dall’ involucro delle penne biro. Io che per difendere la mia timidezza cercavo di fare l’aggressiva mentre urlavo di smetterla ingoiai una pallina di queste e per non far capire ciò che mi era successo facevo l’indifferente cercando di nascondere i conati di vomito. Che schifo. Guardando fuori dalla finestra della mia classe mi piaceva osservare il grande albero del giardino della villa, che si trovava nell’angolo a destra della mura che circondava la casa. A ricreazione alcuni ragazzi facevano gruppo sotto quell’albero e poiché vicino ad esso si apriva una pianta bassa e molto larga, altri erano riusciti a creare un varco in quella pianta e si nascondevano per fumare.

Fortunatamente quell’anno mi ero iscritta a pallavolo insieme ad alcune compagne di classe riuscendo così a fare amicizia con alcune di loro. Fare sport aiuta molto e avevo preso confidenza con le possibilità del mio fisico aiutandomi ad acquisire più fiducia in me stessa. Ricordo un giorno, prima del catechismo ci si trovava tutti insieme e non so per quale motivo, un nostro compagno cominciò ad inseguire noi ragazze con delle frasche, minacciandoci che ci avrebbe prese a frustate e io ero l’ultima della coda. Mi aveva raggiunta e con questi rami secchi, mentre continuavo la mia corsa, mi colpiva da destra a sinistra finché scattò in me così tanta rabbia che, mi girai e con una mano presi la rama, lo tirai verso di me e lo colpii con la mano sinistra dandogli due, tre colpi sul collo finché fuggì. Mi ero difesa da sola. Quella rabbia nata dall’autodifesa mi faceva diventare cattiva. Ricordo bene un giorno, io e la figlia dell’amico dei miei genitori, dopo aver litigato con due ragazzi, ci eravamo dati appuntamento fuori dalle aule di catechismo per picchiarci; proprio davanti la Chiesa del paese, ci siamo azzuffati niente di più, qualche tirata di capelli, parole offensive e nessuno si era fatto male fortunatamente. Il mio motto era “Meglio essere un granello di pepe, che lo stronzo di un asino”, ma qualche volta non mi rendevo conto di non essere il granello di pepe. Un’altra volta capitò che portai un mio compagno di classe a casa mia poiché mi aveva sputato addosso e mio padre lo rimproverò dicendo che sono i maiali che sputano. L’espressione del viso del mio compagno di classe mi fece capire quanto cattiva e insensibile fossi stata e ne rimasi male. Il giorno dopo a scuola ci si scambiava sguardi irritati per far capire quanto fossimo offesi, eppure fu il primo a chiedermi, dopo che mi ero fatta male al braccio, se stavo bene. Ero stata sfidata a saltare i materassini di ginnastica, nella palestra della scuola, per tutta la lunghezza. Ho preso male la rincorsa staccando il piede sbagliato e mi incastrai nel materassino, inciampando e tuffandomi di testa contro il muro. Tenevo gli occhi aperti ma vedevo solo nero, finché intravidi le sagome di persone che mi chiedevano se stavo bene. Ne ricavai un gran bernoccolo in fronte e la fasciatura al polso e all’ avambraccio sinistro.

Capitava in alcuni periodi dell’anno che alcuni ospiti indesiderati venissero a far visita a noi scolari in classe. Erano dei piccoli topolini velocissimi. Un giorno provai a prenderne uno bloccandolo tra la porta e la finestra, ma mentre posizionavo le mani per circondarlo lo presi sulla schiena rompendogli la spina dorsale e per non farlo soffrire lo gettai con forza fuori dalla finestra giù in cortile perché morisse subito. Ho fatto una settimana a sognare il gesto orribile e l’azione così crudele.

Credevo di non saper piangere poiché una mattina e più precisamente il sette Gennaio del 1985, alla prima ora avevamo religione e invece ci arrivò comunicazione che il parroco quella mattina non sarebbe arrivato poiché aveva avuto un arresto cardiaco ed era deceduto.

Quell’anno la scuola rimase chiusa per più di una settimana perché il freddo aveva ghiacciato le tubature dell’acqua e non c’era il riscaldamento. Ricordo che scaldavamo sul fuoco la neve fresca per farla bollire e cuocere la pasta. Era caduta così tanta neve, che superava la lunghezza delle mie gambe. Dopo un paio di mesi morì mio nonno materno. Ero seduta accanto al nonno paterno e quando vidi mia madre entrare dalla porta piangendo disperatamente capii che non avrei più rivisto l’altro nonno e fu in quel momento che piansi. Quanta impotenza davanti alla morte.

La mia valvola di sfogo era suonare il pianoforte. Avevo iniziato da poco e non avendo lo strumento per esercitarmi avevo costruito con la carta una tastiera da tavolo con tasti in tre dimensioni ma fissi. I miei genitori ne comprarono uno verticale di colore nero e lo misero in camera mia. Io mi esercitavo e quando qualcuno mi chiedeva di suonare mi agitavo che sbagliavo alla seconda battuta e quando mi dicevano che ero una “schiappa” mi demotivavo e rinunciavo.

In quegli anni mio nonno paterno aveva installato il telefono in casa e sapendo che ce l’aveva anche una mia compagna di classe io chiedevo il permesso di chiamarla per i compiti. Lei era piccola di statura ma molto solare. Parlava molto e mi piaceva ascoltarla; faceva i compiti con una velocità che il giorno che andai a casa sua facevo fatica a tenere il suo ritmo. I compiti furono finiti velocemente che avevamo il tempo di giocare e facemmo dei dolcetti con acqua, farina e pane grattugiato e fatti cuocere sulla stufa a legna. Buoni. Lei veniva a scuola in bicicletta ed io ero accompagnata da mio padre con la macchina. Forse in terza media credo andassi a piedi. Mi vedevo tonta e non capivo cosa fare per essere più estroversa senza sembrare stupida. Cercavo di comportarmi da grande e invece ero solo sciocca. Era capitato che per un periodo la nostra classe si era spostata in una delle aule a piano terra, quelle vicine ai bagni. I banchi erano tutti attaccati. Quel giorno ero andata a scuola con le gonne al ginocchio. Mi sentivo femminile, il calzino corto bianco con la scarpa in vernice, quasi mi vedevo bella; capitò che il mio compagno di classe, che sedeva davanti a me, si chinò per prendere qualcosa che gli era caduto e quando si alzò mi disse :-” Caspita hai le gambe come quelle di uno scimpanzé…”. In quell’istante dopo aver elaborato le sue parole credo di aver demolito la mia autostima poiché avevo capito che la mia femminilità era pari a quella delle scimmie. Mi guardai i polpacci e mi resi consapevole di avere i peli sulle gambe, neri, lunghi; se solo avessi avuto il calzino lungo che si usava rotolare per farlo diventare corto avrei potuto nascondere quelle oscenità. Volevo che la scuola finisse al più presto. Portai sempre i pantaloni fino a quando le mie zie mi dissero che era ora di ceretta. E pensare che gli allenamenti di pallavolo si facevano con i pantaloncini corti. Eravamo tutte ragazze, forse per questo non ci facevo caso. Durante il periodo estivo rimanevi sempre in pantaloncini e così prendevi il sole e i peli sembravano biondi quasi invisibili. Meno male che esiste la depilazione. Per andare agli allenamenti che si facevano in una palestra nel paese vicino al nostro prendevamo un pulmino, guidato da un signore simpaticissimo. Quante risate, quante canzoni. La società della nostra squadra ci aveva iscritte ad un campionato ed eravamo veramente brave. Il mio ruolo era alzatore. Ad una partita in trasferta, poiché non tutti i genitori potevano portarci, salimmo tutte sulla macchina di mio padre. Eravamo in nove. Davamo molta importanza alla vittoria e quando si perdeva specialmente se avevamo giocato bene erano pianti, ma poi festeggiavamo anche la sconfitta.

Ero appassionata di cartoni animati, non mi vergognavo a guardarli sebbene le mie amiche già pensavano ad avere un fidanzato. Il mio film preferito allora era Footloose, al quale mi ispiravo nel ballo. Volevo imparare quei passi e insieme alla figlia dell’amico dei miei genitori facevamo tantissime prove. Il mio massimo era il ballo del pinguino. L’ho detto che ero un pezzo di legno; ho fatto tre anni di danza, che sono serviti solo a dare un po’ di elasticità al fisico. C’è chi riesce a comunicare con il corpo, ad esternare se stessi. Io facevo fatica, cercavo di nasconderlo ma non era poi così semplice.

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