Immagina di sederti su una panchina, che è già occupata da qualcuno e inizi una conversazione con questa persona, che dopo un po’ parla del passato e ti chiede :
- “ Tu hai dei ricordi di quando eri bambina ? “
A questa domanda le prime immagini che riaffiorano alla mia mente sono di fotografie vecchie che immortalano alcuni istanti, ma per le quali non ho veri ricordi.
Sono nata nel 1973 il 3 Dicembre. A quel tempo c’era l’austerità, in seguito alla crisi petrolifera, che incominciò domenica 2 Dicembre e proibiva la circolazione delle automobili.
Sono la prima di quattro fratelli, tutti maschi. Il ricordo di quando ero bambina è molto offuscato. Timida, insicura, probabilmente desiderosa di attenzioni, forse viziata e gelosa dopo la nascita del mio primo fratello, poiché tutte le attenzioni erano per lui.
La casa dei miei genitori è un appartamento al piano rialzato di una casa singola appartenente ai miei nonni. Si trova in un complesso di quattro case singole, due adiacenti alla strada principale del paese di Villafontana e due dietro (tra le quali la nostra scendendo a destra). Tra le case un’ampia corte ora asfaltata, che io ricordo di terra battuta. Quante sgridate perché si facevano buche nelle quali mettevamo l’acqua. Eravamo in quattro bambini; io, mio fratello più giovane di due anni, la mia vicina dell’età di mio fratello e il figlio del vicino che ci abitava di fronte. Si correva a piedi scalzi sui sassi e non sentivamo dolore. Ricordo un’altalena fatta con una corda attaccata ad una trave sotto una tettoia che univa casa con il laboratorio di falegnameria di mio padre, e ci si sedeva sopra un’asse di legno levigata. Il laboratorio confinava con l’argine di un fosso dall’acqua pulita; era lungo un po’ più della casa e al termine di esso c’era una scalinata di pietra che arrivava all’acqua del fossato. A volte mia nonna paterna si metteva sull’ultimo scalino con una bacinella e un’asse di legno e lavava della biancheria. Mio padre aveva messo un tronco d’albero tra un’argine e l’altro, che serviva da ponte per attraversare il fossato. Io e mio fratello giocavamo spesso seduti a cavalcioni del tronco facendo finta di prendere i pesci con una fiocina. Una volta capitò che prese il mio piede, e guardandomi gridava ” l’ho preso, l’ho preso” e nel mentre io alzai la gamba e vidi la fiocina infilzata sul dorso del piede. Non ricordo se dallo spavento la sfilò velocemente, so solo che dopo qualche lacrima io ridevo e lui piangeva. Il fossato separava la nostra corte da un campo ricco di piante che delimitava, con una recinzione l’entrata di un parco, che io ho sempre considerato magico. Fantasticavo immaginando fate e principesse, folletti e animali parlanti apparire la notte, poiché di giorno non si vedeva mai nessuno passeggiare per i vialetti di quel parco. Un giorno per giocare con mio fratello e il nostro vicino abbiamo trovato un buco nella rete di recinzione e siamo entrati nel parco proibito. Eravamo nascosti dietro a dei cespugli, finché in lontananza vedemmo arrivare un uomo con due cani lupi al guinzaglio.
“ Scappiamo” sentii gridare e all’improvviso mi ritrovai da sola. In preda al panico mi alzai da dietro il cespuglio e corsi verso la rete. Avevo il cuore alla gola, sentivo rumori come se mi stessero inseguendo, le mie gambe si muovevano così velocemente da non sentirle, il battito del mio cuore rimbombava nella mia testa da confondermi; una paura tremenda, attraversai il buco della rete e corsi a casa. Ricordo benissimo quel momento, forse perché la sensazione di paura era tanta, che mi rimase impressa.
La Mamma del mio vicino aveva un laboratorio sotto casa, non ho mai capito che lavoro facesse, ma vedevo spesso il nostro compagno di giochi aiutarla a togliere con una pinza le cambre di ferro che tenevano uniti degli intarsi su questi mobili chiamati Burò, che suppongo fossero scrittoi. La parte più divertente era che le cambre a terra venivano raccolte con una grossa calamita e lo facevamo noi bambini, come fosse un gioco.
La mia vicina era divertente. Abbiamo giocato tantissimo assieme con le bambole, tra le quali Valeria, che si lavava i denti, Cicciobello, la casa della Barbie. Inventavamo delle storie e noi eravamo le protagoniste. Immaginavamo di essere le mamme di bambini piccoli, o facevamo parlare i nostri giocattoli come fossero vivi. Ci piaceva cantare le canzoni dei cartoni animati a memoria. A volte ci si trovava nel suo giardino a raccogliere la terra lasciata dai lombrichi per poi farne delle palline, che lanciavamo contro il muro dei confinanti per vedere se rimanevano attaccate; questo finché non ci videro ed furono sgridate. Saltavamo la corda, correvamo sui sassi e quando i nostri genitori decisero di asfaltare la corte cominciammo ad imparare ad andare sui pattini. Ai maschi piaceva lo skate e si facevano le gare.
Le due zie più giovani, sorelle di mio papà, che hanno cinque e sei anni più di me, quando si trovavano con i figli del vicino loro coetanei, si mettevano a giocare a pallavolo e a volte capitava che facessero giocare pure noi piccoli.
Quando sentivi urlare “ C’è pronto!” sapevi che era ora di cena e bisognava fare una doccia a tempo record per poi sedersi a tavola tutti insieme. Quante volte ho fatto di corsa la lunga scala che porta all’appartamento dei miei genitori. Si entrava in un corridoio che è ancora così e la prima stanza a destra era la cucina. Non ricordo il mobilio ma ho impressa una scena : io che sono seduta sul divano a due posti e guardo il lampadario che oscilla da una parte all’altra e chiamo mia mamma, che vedo di schiena, poiché stava lavando i piatti. Non so come, ma in un lampo eravamo tutti in mezzo alla corte perché c’era stato il terremoto. Se mia mamma insiste nel dire che quella volta si era dimenticata mio fratello che dormiva nel lettino, io credo di aver avuto quasi tre anni. Dopo la cucina c’era la sala da pranzo con un divano marrone ad angolo e una lunga tavola in legno sotto la quale mi sono nascosta parecchie volte. Parallela alla tavola c’era una lunga credenza con sopra un orologio, che sembrava quello dei castelli nelle favole. Ricordo un quadro grande, che raffigurava una donna seduta, che dovunque ti spostavi ti seguiva con lo sguardo. Credo la copia della Monnalisa. Un anno , mentre stavo cercando di capire se S.Lucia avesse nascosto i dolci nella credenza e stavo aprendo la porta dove c’erano i piatti, con la coda dell’occhio vidi il quadro, che mi spaventò così tanto da scappare in camera e andare subito a letto. La nostra cameretta era piena di giochi e aveva un tappeto, che mi piaceva molto, era maculato come il manto di una mucca. Ad una S.Lucia probabilmente era stata chiesta una batteria, che rivedo nei miei ricordi bianca e rossa sul tappeto di pelle di mucca. Avevamo un letto a castello e io stavo sopra, ma non so se dormivo li. Una sera si giocava, litigava, so solo che avevo in mano una lampada probabilmente con i fili elettrici scoperti e presi la scossa. Non ricordo chi me l’ha tolse dalle mani, ma avevo due grosse vesciche sulle dita.
Crescendo mio fratello chiese il computer e arrivò il Commodor64.
Per parecchi anni il periodo estivo lo si passava in montagna a S.Anna d’Alfaedo. Una villa molto grande con un parco enorme che si trovava subito dopo il centro del paese a destra dopo una curva. Aveva una cucina in legno naturale e due enormi finestre a tutta parete, che quando arrivavano i temporali ci si sedeva in mezzo alla sala per vedere i lampi che cadevano sul campo confinante. Le stanze da letto avevano i letti a castello in ferro colorati in arancio e blu.
Durante le giornate veniva a fare compagnia a mia nonna e a mia mamma una signora che cuciva a mano le scarpe in pelle e ricordo molto bene l’odore di queste. Sedevano sotto un albero che non so se fosse salice o ciliegio, su un dondolo e chiacchieravano per ore. La casa aveva un terrazzone lungo quanto una parete e un giorno mia zia mi fece notare dalla terrazza, che nel cortile c’era un grosso formicaio. Io dissi di vederlo e di andare giù per capire bene dove fosse. Mentre cercavo il formicaio non mi ero resa conto di averlo calpestato e immediatamente mi son trovata piena di formiche. Sembravo una iena, gridavo e mi muovevo come fossi impazzita. Una sensazione terribile che ho provato per qualche giorno, poiché mi sembrava di avere sempre le formiche addosso.
All’entrata del parco di questa casa c’era un tronco d’albero abbattuto e scavato, che diventava una panchina d’incontri. Le mie zie invitavano a parlare, seduti sul tronco, i loro amici. Il cancello d’entrata era fatto di legno, sembrava quello dei ranch americani. Il parco confinava con la strada principale e dall’altra parte c’era il campo prova della caserma dei militari, che venivano a sedere sul nostro tronco quando non erano in servizio.
Quante camminate nel bosco, a vedere i cannoni militari, sul monte Corno d’Aquilio; quante feste e grigliate.
Il ritorno dalla casa in montagna e l’iniziare la scuola non li ricordo. Sento solo il profumo delle bucce d’arancia che i nonni mettevano sulla stufa per profumare l’aria. Delle elementari ricordo pochi momenti, la mia classe con i banchi a ferro di cavallo, la mia fantasia poco stimolata finché la maestra disse a mia mamma di comprarmi dei libri da leggere, le mie amiche del cuore, io che non parlo molto, i capelli tagliati a causa dei pidocchi, compagni di classe presenti un anno solo, le gigantesche piante nel giardino della scuola, il grembiule con il fiocco fatto bene e il mio primo vestito di carnevale fatto da me e non da mia nonna; ero una pittrice con tavolozza e colori. E quanto mi piacevano le recite di Natale e le poesie recitate davanti al monumento in occasione del 4 Novembre.
La Domenica era tradizione andare a mangiare il risotto a casa dei nonni materni; i genitori stavano seduti attorno ad un tavolo rotondo e noi ragazzi ammucchiati al tavolo in cucina. Eravamo sempre dieci, dodici anche di più. Allora eravamo in quindici cugini, ora siamo diciannove.
Alle elementari avevo iniziato danza classica e tutti mi dicevano :”.. che brava che sei a fare la spaccata, sei portata, sei snodata”. Sono sempre stata un pezzo di legno un po’ snodato ma di certo non con una sua personalità. Certe verità le capisci quando sei più grande, che solo guardando una foto ti rendi conto che non faceva per te. Occorre saper stimolare delle capacità in un bambino senza condizionamenti, facendo in modo che sia lui stesso ad accorgersi di avere una dote ed è naturale poi il processo che si sviluppa nel voler perseguire.