Giovinezza

GIOVINEZZA – Capitolo 2

Ero introversa, uso il passato poiché credo di non esserlo più o almeno in parte. Alle scuole elementari parlavo poco con i miei compagni di classe. Mi sentivo a mio agio solo con mia cugina, figlia della sorella di mia mamma e una bambina che riusciva a far sparire la mia timidezza. Il padre di lei a quei tempi era uno degli amici della compagnia dei miei genitori. Si era separato dalla moglie, che si era trasferita lasciando la figlia in custodia alla madre che abitava proprio vicino alla scuola. Giocavamo spesso assieme e per qualche anno abbiamo trascorso le vacanze natalizie in montagna condividendo la stessa stanza. Il nostro cartone animato preferito era ” Mimì e la nazionale di pallavolo ” e successivamente ” Mila e Shiro “. Ci allenavamo a questo gioco ispirate dal cartone animato, inventando una nostra storia e fantasticando sul futuro. Ricordo un pomeriggio mentre giocavamo nel giardino della scuola, a turno ci legavamo al tronco di uno degli alberi presenti e ci prendevamo a pallonate, perché volevamo abituarci a non chiudere mai gli occhi e guardare sempre la palla. Forse mi è rimasto il trauma, per questo lo ricordo bene. Ci siamo allenate moltissimo e abbiamo giocato tanto. Sognavamo di diventare delle professioniste e così ci impegnavamo convinte di raggiungere il nostro obiettivo.

Facevamo lunghe passeggiate per i campi alla ricerca di ” pisacani “, un ortaggio selvatico commestibile dai fiori gialli (tarassaco), per portarlo poi ai nostri genitori che lo avrebbero cucinato. Ora lo mangio ma a quei tempi non rientrava nella lista delle mie verdure preferite. Ricordo che un giorno, per gioco volevamo saltare un fossato, ma entrambe saltando sulla riva opposta, probabilmente scivolosa siamo finite in acqua. Quante risate, quanta spensieratezza, che bei ricordi. La casa di sua nonna era lunga e stretta, il cortile confinava con quello della scuola, nel quale si accedeva da una porta di rete metallica. Guardando la casa a destra c’era un porticato, non so se era un granaio o un deposito so solo che divideva la casa da un altro complesso di stanze, dove di solito andavamo per esercitarci e imparare la parte di una recita, di un balletto o solo per giocare. Da un porta si poteva accedere al campo sportivo che si trova tuttora dietro la Chiesa del paese. Si andava a catechismo e un pomeriggio ci siamo inventate di saltare una pila di gomme di trattori facendo il salto della cavallina, erano circa cinque o sei una sopra l’altra. Io riuscii e lei si sbilanciò un po’ e cadde appoggiando male le mani. Mentre si rialzava metà dell’avambraccio decisamente rotto si piegava verso il basso e iniziò la corsa interminabile verso casa gridando disperatamente in cerca di aiuto. L’operarono e tenne il gesso per un periodo che mi sembrava interminabile. Dopo un mese circa che si era tolta l’ingessatura iniziavano le vacanze di Natale e quell’anno eravamo andate in montagna insieme. Sapeva andare bene sugli sci, ma una caduta la spaventò a tal punto che preferimmo rimanere in stanza a leggere. Credo fosse stato il primo ultimo dell’anno che non avevamo fatto la festa a casa dei miei genitori.

A quei tempi l’ultimo dell’anno si festeggiava alla grande. Il laboratorio di falegnameria di mio padre si trasformava in un salone per le feste e si radunavano circa una trentina di amici anche di più. Noi bambini non vedevamo l’ora, si ballava, si giocava, si stava svegli fino al mattino. Arrivavano casse di bottiglie di vino costoso. Se capitava che si rompeva un bicchiere o un piatto si esultava come per festeggiare l’accaduto poiché di buon auspicio, via il vecchio e avanti il nuovo. Credevo fosse un rito quello di ballare sul tavolo dove si mangiava e mi divertivo a guardare le mamme dei miei vicini muoversi a ritmo di musica, accompagnate dal battito di mani, saltellando sulla tavola e schivando bottiglie e bicchieri. Li ricordo tutti con un sorriso stampato sulla faccia. La risata era così contagiosa che ti rimaneva impressa sul viso per una settimana.

Quando si è piccoli si osserva con attenzione, si ride, si ascolta, si fanno domande. Io non facevo molte domande ma osservavo e guardavo come per imparare. Mi dispiace perché non ho conservato l’emozione, la sensazione, le gioie provate la felicità vissuta, forse perché ero impersonale. Ho formato il mio carattere, la mia personalità col tempo. Momenti difficili, azioni sbagliate, la ricerca della mia vera opinione e non quella sentita da altri e riportata, fare una scelta senza dire va bene a qualsiasi cosa, sono parte della mia vita e mi danno modo di cambiare continuamente definendo sempre più chi sono.

Ho accennato all’inizio di mia cugina, figlia della sorella più grande di mia mamma, abbiamo la stessa età e sebbene non mi confidassi con lei, abbiamo giocato molto insieme. Ero attratta dal fatto che sapeva sempre cosa fare in ogni occasione. Aveva un viso sempre sorridente e con calma riusciva in tutto. Probabilmente l’ ho invidiata, forse perché aveva molte sorelle, perché la vedevo sicura di se stessa, non era condizionata da nessuno, al contrario di me che sembravo plagiata da discorsi di persone più grandi, che ripetevo senza saperne il vero significato solo per apparire. Capitava di litigare e ricordo un giorno che la offesi dicendo una frase del tipo ” si vede che sei una (ometto il cognome in questione), perché vuoi sempre avere ragione…”. Quel giorno la vidi andarsene in silenzio e proprio quel silenzio mi rivelò la cattiveria di quelle acide parole sentite da mia nonna paterna e ripetute a pappagallo. Ho pianto per il dispiacere promettendomi di non farlo più e invece ho peggiorato e mi ci sono voluti quasi dieci anni prima di riconoscere quanto male facevano le mie parole, le mie azioni, il mio atteggiamento, il non riconoscere gli sbagli, il non chiedere mai scusa e quel far finta di niente, poiché il tempo passa e credi che tutti dimenticano. Nessuno dimentica è perché si va oltre.

Mia cugina ha sei fratelli, lei è la quarta. Sono cinque femmine e due maschi. Quando con mia mamma si andava a casa loro io ero timida poiché entrando ricordo questa lunga tavolata e a destra si apriva una stanza con cuscini enormi, gommapiuma, moquette e non solo mia cugina con i suoi fratelli, ma anche i cugini di lei da parte del padre. C’erano così tante persone che mi ci voleva un po’ prima di fare conversazione. A me piaceva, sembrava una casa d’accoglienza era aperta a tutti e mia zia ti ripeteva ” ..fai come fossi a casa tua…” e ti faceva proprio sentire a tuo agio.

Il passaggio alle scuole medie per molti miei compagni è stata una crescita personale oltre che fisica. La nostra insegnante delle elementari ci stimolava con ricerche fatte durante i suoi viaggi. Un giorno aveva invitato a casa sua io, mia cugina e la figlia dell’amico di mio padre, per farci vedere una registrazione di un viaggio in Egitto e ricordo che la mia amichetta ne era così entusiasta da voler diventare un archeologa. Io amavo molto gli animali e desideravo diventare veterinaria. I tre anni di scuola secondaria ci dovevano indirizzare a quale scuola superiore iscriverci. C’erano due sezioni A e B. Io non sono riuscita a superare il fatto che non ero più con loro due, entrambe in A e io capitata in B.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *