Chiudere un’ attività sapendo che non hai entrate immediate e quotidiane e non hai soldi messi da parte sembrerebbe facile e risolutivo per alcuni problemi, invece è difficile e a volte problematico. La prima cosa è cercare immediatamente un nuovo lavoro che possa dopo un mese, cominciare a pagare le spese burocratiche di cessazione attività e io sono sempre stata fortunata perché non ho mai fatto più di una settimana a casa. Iniziai subito a lavorare per una fioreria in centro città e i primi soldi servirono per pagare le cessazioni, ultimi fornitori, qualche bolletta. Gli insoluti erano tanti e dovevo capire quale cifra avrei potuto stabilire per cercare di risanare piano piano i vari debiti. Le entrate erano troppo basse che non mi restava nulla da accantonare per dei piani di rientro. Bisognava fare ore su ore di lavoro, sperando che venissero pagate tutte. Avevo tenuto aperta la partita iva per calcolare le ultime tasse, spostando un po’ i pagamenti di queste e facevo fatture di prestazione d’opera. Forse il sentirmi ancora indipendente mi dava speranza che potessi affrontare adeguatamente la situazione che stavo vivendo, ma non era così.
Se devi dei soldi a qualcuno e sei sempre stata onesta e hai sempre pagato e sai che non riesci a saldare il conto, vivi con un peso psicologico piuttosto pesante. Le persone che chiedono di essere risarcite e hanno ragione diventano spine nel fianco che non ti puoi togliere perché la tua coscienza ti dice che non puoi dimenticare di saldare quel debito e non puoi staccare, non puoi lasciar andare, non vai avanti, stai solo arrancando. Il problema non sono i soldi ma la capacità di resistere alla pressione psicologica. Il mese di lavoro che effettuai in un negozio del centro città mi amareggiò. Cercavo di andare d’accordo con la titolare ma trattenevo soltanto il nervoso e l’insoddisfazione. Infatti dissi che avrei lasciato per trovare qualcosa più vicino a casa. Mentii per il mio bene. Poco dopo andai a lavorare in un Garden e fu lì che mi rassegnai. Non esistevo più io, la mia creatività, l’unicità ma il lavorare in un sistema di gruppo. Bisognava creare in quantità, ottimizzare i tempi, seguire tutti un unica linea e non ci capivo nulla. Fortunatamente c’era qualcuno che ogni tanto mi faceva fare quello che volevo a mia scelta, mi sembrava avesse intuito qualcosa dai miei atteggiamenti e invece probabilmente erano solo giorni positivi. Cercavo di integrarmi sebbene molto solitaria. Stavo gridando aiuto in silenzio. Cercai di resistere ma il lavoro in quel Garden durò solo un anno. Feci domanda in uno vicino a casa per qualche mese per poi accettare di andare in uno dei Garden più grandi di Verona dove capii di essere tornata agli inizi. Ebbi molte difficoltà poiché ricominciare da capo non mi entusiasmava ma mi rassegnai e spensi quella luce dentro me. Lavorare per sopravvivere, questo mi ripetevo, è un lavoro come un altro niente più. A volte mi capitava di creare qualcosa di mio ma non era più soddisfacente. A lavoro finito trovavo solo difetti che mi ripetevo di non fare più e invece ci ricascavo di nuovo. Ogni tanto cambiavo mansione, staccavo un po’ per poi tornare alla quotidianità vuota e infelice.