Pensare all’addobbo di Natale per festeggiare la fine del terzo millennio e proiettarsi verso un nuovo inizio mi emozionava. Sebbene ancora a Giugno stavo progettando come avrei allestito il negozio per le festività natalizie. Tutte le idee che mi venivano in mente avevano già superato il budget prefissato, che me lo imponevo ogni volta e poi superavo sperando di vendere. Erano già passati sei anni dall’apertura del negozio e sebbene il debito iniziale, non mi fermavo davanti a difficoltà economiche. Avevo già rinnovato il finanziamento e avevo aggiunto pure un fido sul conto corrente, che avevo consumato tutto. Avevo bisogno di liquidità per poter investire e decisi di prendere appuntamento con il direttore della Banca a cui mi appoggiavo. Quel giorno fu una delusione totale. Non mi sarei mai aspettata di demolirmi psicologicamente così tanto che non vedevo altra soluzione che la chiusura del mio negozio. Mi disse che non sapevo gestire i miei soldi, che sarei fallita se avessi continuato così, che continuavo a fare debiti e non vedeva il guadagno, che nessuna società di credito si sarebbe fidata a concedermi soldi, sto investendo su fumo e niente di concreto, che ero un imprenditore instabile al quale non si può dare fiducia, che mi avrebbe aiutato se fossi rientrata completamente dal fido. Non aprii bocca, parlò per venti minuti ininterrottamente scoraggiandomi e invitandomi a chiudere. Allora la moneta era la lira e avevo bisogno di cinque milioni per portare a zero il fido bancario per poi richiederli. Non li avevo e non me li avrebbe dati nessuno e decisi di chiudere. Il 30 Giugno del 1999 abbassavo le serrande per l’ultima volta. Sei meravigliosi anni di un lavoro del quale mi ero innamorata che terminavano così in modo insignificante. Non sapevo cosa stessi facendo. Andai subito a lavorare per un azienda che serve i fioristi e chi del settore e poiché finivo alle 17:30, la sera andavo a fare cameriera in una pizzeria in un paese a metà strada da casa e il posto di lavoro. Un mese intenso, dovevo tenere occupata la mia mente e non pensare a ciò che avevo fatto. Con gli stipendi del primo mese riuscii a pagare la chiusura dell’attività. Ma, poiché Luglio è il mese nel quale arrivano le anteprime del Natale dai grossisti per fioristi, io non riuscivo a rimanere indifferente agli articoli nuovi e che esaltavano l’arrivo del terzo millennio. Ricordo che piangevo da quando uscivo dal magazzino fino alla pizzeria e la notte soffrivo d’insonnia. Decisi di lasciare il magazzino e chiesi alla pizzeria se avevano bisogno di una cameriera anche di giorno. Mi presero per l’intera giornata e almeno riuscivo a dormire la notte. Non era certo il lavoro che sognavo, ma mi distraeva da quella che chiamavo crisi psicologica, che a momenti mi travolgeva deprimendomi a tal punto da sentirmi una nullità totale. Non vedevo uno spiraglio, tutto si era fermato intorno a me e avevo l’impressione di barcollare nel buio, ero pesante, ma continuavo ad andare avanti. Non provavo emozioni. M’impegnavo per essere efficiente sul lavoro e cominciava a piacermi. Dopo tre mesi sognavo già di aprire il mio ristorante e invece mi arrivò la proposta di lavorare vicino a casa in un bar che voleva migliorarsi offrendo un servizio migliore. Mi avrebbero accostato una ragazza che mi avrebbe insegnato tutto ciò che serviva sapere sul caffè, sul capuccino, the e infusi, cioccolate. Così cambiai, sebbene dispiaciuta perché comunque mi trovavo bene in quella pizzeria. Iniziava per me un nuovo percorso e tornava la voglia di mettermi in gioco.
Cosa fare però il giorno del Capodanno che desideravo festeggiare alla grande ? Non potevo restare nella banalità così mi proposi un obiettivo. Essendo l’entrata del terzo millennio, festeggiando l’anno 2000, mi dissi che avrei dovuto fare gli auguri a 2000 persone in massimo 3 ore. Alle domande dove e come risposi, sotto la stella in piazza Bra a Verona e vestita in modo tale da attirare l’attenzione. Così con della stoffa in ciniglia color oro feci creare da mia nonna un completo maglia e pantalone a zampa. Un tessuto oro lucido mi faceva da mantello, uno zainetto giallo trasparente per oggetti personali e quattro borsette a fagotto sempre in ciniglia oro che avrebbero contenuto i biglietti che avrei dovuto dare alle persone dopo aver stretto loro la mano augurando il buon anno. 500 bigliettini arrotolati per borsetta sui quali c’era scritto “welcome third millennium”. Avevo prenotato l’estetista per un trucco importante e la mia parrucchiera creò con i miei capelli un capolavoro. Ricordo che andai nel suo negozio e le feci vedere che cosa mi doveva mettere in mezzo ai capelli e lei non esitò. Avevo i capelli lunghi che raccolse in una coda alta , alla quale fissò le due sfere di ratan addobbate con dei fiori e iniziò a cotonare i capelli che divise in ciocche che creavano volume. Tra le due sfere riuscì ad incastrare una lampadina da libro che illuminava una scritta 2000. Mi sembrava di portare un enorme cappello alto circa 30-40cm e con un tale peso che se facevo un movimento troppo veloce rischiavo di perdere l’equilibrio. Mi piaceva moltissimo mentre, a lavoro terminato, con lo specchio in mano si spostava da destra a sinistra dietro di me facendomi vedere anche la parte dell’acconciatura che non vedevo. Ci scambiammo uno sguardo di soddisfazione, quando vidi la sua espressione cambiare in preoccupazione. Mi chiese che macchina avessi, poiché effettivamente 30-40cm di acconciatura magari non ci stavano, e io la rassicurai dicendo che avevo una Gip, che è più alta rispetto alle normali berline.
Arrivai a casa e iniziai a cambiarmi. C’era molto freddo e cercai di indossare più capi sotto a quel maglione di ciniglia color oro, due paia di calzamaglia e degli zoccoli ai quali avevo spruzzato dei brillantini con un tacco alto quasi 20 cm. Insomma superavo i due metri. Pronta per partire mio fratello mi disse che mi lasciava la sua macchina perché lui doveva andare in montagna e per paura che nevicasse si prendeva la Gip. Nell’immediato non ci avevo pensato, ma quando presi in mano le chiavi e realizzai che la sua macchina era una Delta, mi resi conto che non ci stavo. Noooo, imprecai ma dovevo partire lo stesso. Mi sfilai gli zoccoli, abbassai lo schienale del sedile e cercai di entrare prima con la testa che tenevo piegata verso il sedile del passeggero, sostenendola con una mano perché il peso sembrava mi strappasse il cuoio capelluto. Una volta seduta provai a raddrizzarmi sebbene quasi coricata. Si ero sdraiata, alzavo piano lo schienale per capire fino dove potevo arrivare e realizzai che arrivavo con la fronte alla base del finestrino. Vedevo la strada dalla mezzaluna che si formava dal pezzo di circonferenza del volante con il cruscotto. Era una follia. Avevo pochissima visuale, non vedevo il cofano e decisi di sistemare bene i finestrini retrovisori per capire se, in caso di rumori strani, avessi preso qualcosa. Non è che servisse, ma mi rassicurava quel tanto per convincermi a partire e partii. Avevo promesso al mio ex titolare che sarei passata da loro per far vedere come mi sarei presentata al mio evento e poiché dovevo fare manovra per parcheggiare mi serviva a capire se ce l’avessi fatta. Parcheggiai, uscii dalla macchina, indossai gli zoccoli ed entrai in pizzeria. Sebbene avessero tutto prenotato non c’erano molti clienti poiché di solito a capodanno si siedono ai tavoli più tardi del solito per arrivare a mezzanotte, ma i pochi che c’erano si girarono tutti a guardarmi. Il titolare scoppiò in una risata complimentandosi e la collega che portava di solito in tavola le pizze mi gridò addosso un sei bellissima e che le sembravo la dea della fortuna. I loro complimenti la loro approvazione mi incoraggiarono nella mia missione e quando partii per la meta ero più carica di entusiasmo.
Stavo arrivando in centro ed ero ferma ad aspettare in doppia fila ad un semaforo, quando sentii un gruppo di persone che ridevano. Io subito non ci feci caso, anzi stavo ascoltando la musica e andavo a tempo scuotendo la testa su e giù. Ad un certo punto sentii un clacson suonare più volte e capii che volevano me. Però non potevo alzare la testa e non vedevo fuori dal finestrino, così cercai di abbassare quest’ultimo e spostando indietro la testa, alzai il mento e cercai di guardare fuori. Erano un gruppo di ragazzi e ragazze che ridevano perché mi vedevano in quella situazione gridandomi continuamente un sei grande e io risi e feci un cenno con la mano e il pollice all’insù. Arrivai al parcheggio, mi preparai, chiusi la macchina e mi partì una sensazione di agitazione e ansia da farmi battere in modo anomalo il cuore. Dovevo percorrere circa settecento metri prima di arrivare a destinazione e continuavo a ripetermi di stare tranquilla e che, siccome c’era molto freddo, tutta quella strada mi occorreva per riscaldarmi un po’. Erano le venti e quarantacinque e non ricordo se era la prima festa in piazza per capodanno che organizzava il Comune, ma non mi sembrava ci fossero molte persone. Forse era solo presto e io stavo per arrivare.
Adiacente alla stella c’era un palco e sinceramente credo di essere stata dietro questo, ma non ricordo bene la posizione. Sapevo solo che stavo iniziando questo mio record personale di fare gli auguri a 2000 persone in massimo tre ore. Ero emozionatissima. Cominciai guardando le persone che passavano e allungavo la mano per fare gli auguri e loro ricambiavano. Ad ognuno porgevo il bigliettino e così iniziò la mia avventura. In poco tempo avevo così tante persone vicine e che mi volevano fare gli auguri, che facevo fatica starci dietro. Tutti volevano il bigliettino perché veramente mi credevano la dea della fortuna e pensavano che ci fossero dei numeri da giocare al lotto scritti su di esso. Quando sentivo le loro supposizioni, che dicevano ad alta voce, io ridevo, ma non spiegavo, poiché dovevo solo guardare negli occhi la persona alla quale stringevo la mano e augurarle un felice anno nuovo e consegnare quel bigliettino. Quanta gente, quante persone. Quanto freddo. Quando stringevo loro le mani cercavo di parlare lentamente perché erano così calde che non le avrei mai volute lasciare. Mi si fermò il cuore quando vidi un genitore con sua figlia sulla sedia a rotelle, avvicinarsi a me perché le regalassi un po’ di fortuna . Sapevo di non avere quella capacità ma lo sperai tanto; e una ragazza su uno skate, che non aveva gli arti inferiori, che quando mi strinse la mano e mi guardò in un modo che sembrava chiedere speranza, mi lasciò un brivido tale da commuovermi. Un’emozione dietro l’altra e il tempo passava. Non mi ero accorta ma avevo finito tutti i biglietti e continuavo a stringere le mani e augurare il buon anno. Ad un certo momento le persone si stavano concentrando sul davanti del palco e decisi di ritornare anche perché c’era veramente freddo e stavo tremando come una foglia. Avevo realizzato il mio record personale ed era già importante. M’incamminai con fatica poiché le gambe erano dei pezzi di legno congelati e mi muovevo come un burattino. Avevo pure i muscoli facciali bloccati che credevo di aver fatto una paresi poiché la mia bocca era semi aperta e tirata ai lati come quando si ride e i denti erano così freddi che sembrava che le labbra si fossero attaccate su di essi e non si staccavano. Arrivai sulla via che mi portava al parcheggio e guardando avanti sempre con la mia faccia sorridente, vidi una calca di gente che stava venendo verso di me per andare in piazza. Guardandoli capii che mi stavano osservando e ridendo e io pensai che se fossi caduta, poiché mi muovevo come un robot, avrei fatto una gran figuraccia. E inciampai. Il mio corpo non ebbe la forza nemmeno di piegarsi e caddi come quando si abbatte un albero. Avevo solo le braccia alzate che non tamponarono la caduta e non sbattei il naso per terra, perché il peso della composizione in testa era tale da arrivare per primo e rimbalzai con il capo due volte. Avevo la bocca tirata in più ridevo così tanto per la figura fatta e nello stesso tempo piangevo. Non ero capace di rialzarmi e un gruppo di ragazzi che stava venendo verso di me, accorse in aiuto. Continuavano a chiedermi se mi ero fatta male ma poi vedevano che ridevo e sussultavo, che ridevano pure loro. Mi chiesero se mi servisse una mano e io inclinavo continuamente il capo come per dire di si e provarono ad alzarmi a peso morto, ma vedendo che ero troppo pesante chiamarono aiuto. Arrivarono altri due, erano in cinque, due per lato e uno dietro che guardando i miei zoccoli diceva agli amici che avrebbe contato fino al tre e poi mentre loro sollevavano lui disse che avrebbe fatto leva sui tacchi. Mi raddrizzarono e mi rimisero in piedi come si tira su un palo di legno. Si raccomandarono ridendo se ce l’avessi fatta da sola e risposi che mi sarei arrangiata.
Arrivai alla macchina e vi giuro che veramente avevo paura di una paresi perché la mia faccia non ritornava alla normalità. Cominciai a togliere ciò che avevo in testa per poter guidare in modo normale e accesi il riscaldamento al massimo. Ero veramente un pezzo di ghiaccio. Partii dopo 10 minuti ma ero ancora ghiacciata. Cominciai a sciogliermi dopo un quarto d’ora di guida e mentre mi stavo rilassando ricordai i momenti vissuti in quelle due ore e mezza. Ripensai a quelle persone con disabilità alle quali avevo stretto la mano e pensai a mia madre che stava facendo le chemio e iniziai a piangere e rallentai. Non c’era nessuno per strada. E io piansi, piansi fino a quando non avevo più lacrime da versare.