Nel 2002 mia mamma sognò che uscivamo da un negozio in centro paese parlando come se fosse nostro. Mi chiese se avessi intenzione di rimettermi in gioco. Ci pensai e su due piedi le dissi che avrei aperto e gestito, per i tre mesi che dovevo risultare a casa, impostato il lavoro affinché lei potesse gestirlo e poi riprendere il mio lavoro di portalettere. Fu un bell’inizio, ma al momento di scegliere se continuare, lei mi disse che non ce l’avrebbe fatta da sola e così decisi di restare per proseguire l’attività. Il locale era piccolino 30 metri quadri e vendevo solo fiori freschi. Dopo due anni per far fronte al calo estivo decisi di aprire una succursale a 10 km di distanza. Due negozi esigevano del personale e non era facile far quadrare sempre entrate e uscite. Ero proiettata alla positività e ci credevo e nel 2005 aprii anche il terzo negozio. Mi intrigava proporre composizioni già pronte che il cliente poteva scegliere e acquistare velocemente. Riuscivo così a gestire i negozi con un personale non completamente formato. Lavorando così senza il cliente davanti e concentrandosi sulla vendita. Nel frattempo il personale acquisiva pratica e capacità fino al servizio completo. Per comunicare tra negozi avevo investito nel campo informatico, comprando un computer per ogni locale e collegandoli tra loro con l’ applicazione Skype. Potevo interagire, correggere composizioni in videochiamata parlando ad un microfono e regalandomi la sensazione del controllo. Entrate consistenti erano i matrimoni e per ognuno di essi cercavo di creare un book fotografico che mi sarebbe servito a pubblicizzare il mio lavoro e a offrire delle idee a possibili futuri sposi. Per incrementare il lavoro avevo creato una presentazione fotografica e descrittiva di tutto ciò che facevamo e avevo deciso di consegnarla personalmente ad hotel nella zona della città e periferia. Avevo avuto l’idea di creare un bar floreale. Le sedute sarebbero state foglie e i tavoli raffiguravano le margherite. Avrei venduto composizioni floreali elencate sul menù ed esposte in nicchie di vetro per non essere a contatto con gli alimenti; alle pareti armadietti vetrati con bouquet in monocromia di colore che corrispondevano a cocktail creati dall’ispirazione dei colori dei fiori; acqua che scendeva dalle pareti, per ricreare una situazione di relax. Dovevo presentare il progetto con foto e descrizioni e ipotetici costi, ma mi fermai poiché avevo già sforato ad un terzo del progetto. Nel 2006 il centro commerciale Verona Uno voleva ampliarsi chiedendo anche il consenso e la partecipazione dei negozianti del paese e andai alla riunione perché mi interessava avere un punto vendita all’interno di esso. Gli spazi piccoli erano tutti occupati e chiesi 10 metri quadri per un chiosco espositivo solo vendita e mi proposero gli spazi nel corridoio. A me non dispiaceva l’idea, peccato che il comune doveva concedere quegli spazi alle licenze commerciali previo accordo e avrei dovuto aspettare che venissero effettuati e finiti alcuni lavori. Nel frattempo mi sentii con l’aeroporto, che stava ampliando la sezione arrivi, nella quale mi sarebbe piaciuto avere una postazione di vendita. Non ero d’accordo con la loro richiesta di una percentuale sull’incasso oltre all’affitto e spese generiche durante l’anno. Avendo lo scarto sul materiale deperibile, mi portava via parte del guadagno, che una volta tassato non mi sarebbe rimasto nulla. Era pur vero che consideravo la presenza in aeroporto un investimento pubblicitario per la mia azienda, ma a me servivano soldi.
Fermai tutto, anzi chiusi un negozio perché ero in stato interessante e fu la mia benedizione.