La rabbia alimenta la cattiveria. Gestire un’attività può sembrare facile dopo aver studiato un po’ di contabilità, ma difficile è far coincidere le entrate ipotizzate con quelle reali. Io per aprire attività chiesi un prestito alla banca, poiché non avevo risorse economiche da una parte. Il guadagno doveva essere evidente se volevi pagare il mutuo, le spese del negozio e i fornitori. Potevo sopportare, per i primi anni, di portare a casa uno stipendio basso, ma doveva saltar fuori qualcosina altrimenti che senso avrebbe avuto aprire un attività se non per avere uno stipendio un po’ più alto di chi lavorava come dipendente? Qualsiasi commerciante ormai da anni nel giro, ti spiegava che un’attività poteva considerarsi avviata dopo cinque anni dall’apertura. Il primo anno serviva a farti conoscere nel mercato; il secondo arrivavano le tasse da pagare e valutavi come muoverti per far quadrare i conti; il terzo anno si stabilizzava l’attività; dal quarto e quinto potevi pensare di investire per incrementare il giro d’affari. Io già dopo il primo anno volevo incrementare mettendo in difficoltà la mia azienda. Riformulavo i finanziamenti, aprivo un fido nel conto corrente per avere più liquidità, dilazionavo le tasse, aumentando così i miei debiti e saturando ogni volta quello che doveva essere il mio stipendio. Capitavano giornate che entravano così pochi clienti a comprare che i soldi non bastavano a pagare le spese e iniziava a pervaderti un ansia che alimentava la paura di non farcela. I soldi mancanti aumentavano lo stress e quando ti capitava in mano quel foglio sul quale erano segnati i clienti che dovevano pagare, o perché avevano fatto un ordine al telefono o perché avevi fatto loro un piacere lasciando che pagassero fra un mese, ti innervosivi tanto che un rabbia feroce ti invadeva e divenivi cattiva.
Il periodo estivo era il più difficile e ricordo un anno che ero agitata, nervosa, avevo bisogno di soldi e quelli che avevo in sospeso con i clienti mi avrebbero aiutata. La parte difficile era dover telefonare perché si ricordassero che avevano un sospeso e che, a volte passavano mesi, magari se fossero passati a saldare il debito si poteva stracciare quel bigliettino. C’era chi ti diceva che si era dimenticato e sarebbe passato il più presto e c’era chi ti diceva che non li aveva e quando li avrebbe avuti avrebbe pagato. Quel ” avrebbe pagato” ti destabilizzava, non sapevi se crederci o non ne tenevi conto poiché capitava che non venissero più. Poi c’era chi negava di avere il debito e tu ne eri sicura, ma non potevi farci nulla poiché era la tua parola contro la sua e speravi non entrasse più nel negozio per non litigare. Quante fregature mi sono presa forse è per questo che ho sempre stampata sul viso un espressione corrucciata. Il problema era sempre la mancanza di soldi e cresceva dentro me una rabbia che non riuscivo a placare. Una mattina, dopo aver telefonato ad un cliente che non avrebbe sicuramente pagato, entrò in negozio un bambino che chiedeva un po’ di carità. Io respirai a fondo e gli risposi che non avevo soldi ma gli offrii un panino. Il bambino, che avrà avuto 11 anni circa, rifiutò il pane e iniziò a comportarsi con sfrontatezza e maleducazione toccando tutto e facendo domande senza senso. Mi innervosiva, lo ammetto, così cercai di dirgli di uscire e cercavo di accompagnarlo alla porta. Lui non voleva uscire ed ad un certo punto fece resistenza. A quel punto mi si offuscò la mente e con una ferocia lo presi dal collo e dalla schiena e lo spinsi verso l’uscita. Lui cadde e prendendomi in giro cominciò a calciare e a ridere. Io gli bloccai le gambe con un ginocchio e con l’altro gli tenevo fermo un braccio e gli misi le mani al collo. Fortunatamente entrò mio nonno che gridò di fermarmi e così mi alzai lo presi dalla maglietta e lo buttai fuori dalla porta. Quante volte ho ripensato a quel momento e meno male entrò mio nonno perché non so se mi sarei fermata.
Quando la rabbia prende il sopravvento non si riesce a controllare il corpo; la forza aumenta e hai una lucidità e una fermezza che spaventano. Non so se è la coscienza o la ragione che aiutano a riprendere il controllo ma dopo quella volta mi ripromisi di non perdere più la pazienza e di avere più autocontrollo.
Un giorno capitò in negozio la suora del paese, che gestiva l’asilo, con mio fratello più piccolo per mano, che voleva essere portato a casa. Probabilmente non avevano trovato nessuno e mi chiesero se potevo tenerlo io. Il negozio avrebbe chiuso da li a poco così poi sarebbe venuto a casa con me. Avevo la macchinetta del caffè e mio fratello mi chiese se faceva la cioccolata e se poteva averne un bicchiere. Io gli risposi che non gli piaceva la cioccolata e che fra un po’ era ora di pranzo, ma lui insisteva e così gli feci la cioccolata e gli dissi che se non l’avesse bevuta se ne sarebbe pentito. Gli diedi il bicchiere, la cioccolata era bollente e mentre soffiava per raffreddarla cominciò a girare per il negozio. Stavo finendo un lavoro quando mi ritornò con il bicchiere vuoto per buttarlo nella spazzatura. Gli chiesi se l’aveva già bevuta e lui mi rispose di si. Io gli ripetevo di dirmi la verità poiché era impossibile che l’avesse finita in così poco tempo e gli chiedevo se gli era caduta e di dirmi dove. Lui mi ripeteva che l’aveva bevuta finché non cominciai a girare per il negozio alla ricerca del danno , che per sua sfortuna trovai. Lo rimproverai imprecando a voce alta e gli mollai uno schiaffone che per lui divenne un trauma. Ancora una volta non ero riuscita a trattenermi e mi rodeva avergli fatto del male. Perché ero così cattiva? Forse troppo stress? Era la mancanza dei soldi per far fronte alle spese? Riuscivo a controllare la forza, ma se capitava che mi facessero innervosire alzavo la voce gridando cosi forte che la rabbia usciva dalla gola e dalle corde vocali che sembravo un essere indemoniato e non controllavo le parole.
Manifestavo la mia rabbia anche distruggendo le cose. Ricordo che mentre allestivo il negozio per Natale oltre l’orario di apertura a volte o per la stanchezza o perché l’allestimento non era come volevo mi innervosivo e lanciavo tutto ciò che avevo in mano. Ripensandoci credo che il peso della responsabilità di avere un’attività, di dover fare sempre la scelta giusta, della mancanza di tempo per far si che tutto fosse organizzato al meglio, di far quadrare i conti cercando di trovare soluzioni per l’ammanco di soldi alimentavano in me nervosismo, rabbia, ansia.