All’età di 6 anni mio fratello iniziò a praticare il ciclismo. Un’idea del nonno materno che iscrisse un buon numero dei suoi nipoti ad una società sportiva veronese ” Il Pedale Scaligero”. Alcuni durarono solo qualche anno invece mio fratello con costanza e sacrifici, finì gli anni con questa società e crescendo poi divenne professionista. Io non lo seguivo molto, ma ammiravo la sua lungimiranza, poiché io invece ero incostante su parecchie cose. Quando mi chiese di creare il suo fans club e lasciare l’Hellas accettai senza sapere che forse non era una buona idea. Io sono sempre stata sicura che se vuoi far parlare di qualcuno, che tu ne parli bene o che ne parli male l’importante che continui a parlarne. Bisognava però analizzare il soggetto, se disposto a far parlare di se. Mio fratello era riservato, teneva alla sua privacy e sebbene gli piacesse avere un seguito di tifosi che lo seguissero, non sopportava le polemiche. Io sono sempre stata una persona che mette entusiasmo in quello che vuole fare e quando decisi di creare un gruppo, desideravo che esaltasse il nome di mio fratello e allo stesso tempo polemizzasse contro chi lo sminuiva. Cominciai a pensare all’abbigliamento sponsorizzato, a striscioni che lo riguardassero, ad organizzare le trasferte in pullman, che venivano seguite quasi completamente da mia madre, a scrivere il suo nome sulla strada per incitarlo. Si, imbrattavo la strada, ma era concesso in forma eccezionale in occasioni di grandi gare. A volte capitava che facevo più giorni al suo seguito, così mi alzavo presto per fare le scritte sul percorso, poi cercavo una postazione nel punto più difficoltoso per gli atleti e aspettavo l’arrivo della corsa per poi ripartire e andare sul percorso del giorno dopo. Di media percorrevano circa 180-220 km al giorno e io cominciavo a scrivere sulla strada a circa 30 km al traguardo. Non ho mai visto tanta sofferenza nei volti dei ciclisti come quando affrontavano salite di una certa pendenza. Mi passavano davanti oscillando a destra e a sinistra mentre gridavo loro alé-alé. I loro volti sebbene concentrati erano segnati dalla fatica, dal sudore, dal dolore. Alcuni sembravano chiedere un aiuto e dei tifosi iniziavano a spingerli correndo accanto a loro con tutto il fiato che tenevano in corpo. A me veniva da piangere, mi emozionava percepire la passione per uno sport che avrebbe ripagato un solo vincitore. Tutti sognano la vittoria e qualcuno realizza il suo sogno, ma la maggior parte resta nel silenzio e la loro determinazione andrebbe veramente premiata. Ammiro chi pratica questo sport perché è veramente duro. Mio fratello realizzò la vittoria di ben due tappe del Giro d’Italia nel 2001. La prima tappa fu a Reggio Emilia e la seconda a San Remo. Guardai e riguardai molte volte l’intervista al termine della tappa di Reggio Emilia e ne percepivo la soddisfazione, la contentezza, la felicità e la realizzazione di un’ambizione. Mi aiutava a diventare una sua tifosa. Mi piaceva attendere il passaggio dei ciclisti insieme agli altri tifosi. Quando si partiva in gruppo, si attaccavano gli striscioni tra gli alberi vicino al ciglio della strada, si aprivano le tavole portatili e si facevano panini col salame tagliato al momento, si beveva, si cantava e si partiva con un secchio di 10 litri di colore, un paio di rulli per scrivere sulla strada Forza Cau, Cau Vola, Alé Cau Alé. Cau era il diminutivo del cognome un po’ troppo lungo da scrivere sulla careggiata, ma perfetto sui sostegni dei ponti o nelle gallerie. Le corse più belle, perché i ciclisti passavano più volte, erano i Campionati italiani e in più occasioni ci siamo veramente divertiti. Ad una corsa Rosa dovevo andare sullo Stelvio e poiché le strade per arrivare erano state chiuse il pomeriggio del giorno prima, per arrivare in cima, decisi di passare dal confine svizzero. Parcheggiai in uno stallo dove c’era una casa che sembrava disabitata e passai la notte dormendo in macchina. Quella notte tirava un forte vento e nevicò. La mattina seguente non riuscivo a vedere fuori dai finestrini. Provai a tirare giù i vetri ma c’era un muro di neve che credevo di essere sommersa. Decisi di uscire dal baule e quando capii che si apriva senza problemi, mi accorsi che solo la parte davanti aveva uno strato non indifferente di neve, che c’era solo vicino alla mia macchina, come se la bufera si fosse concentrata solo sulla parte davanti dell’auto. La notte prima eravamo solo due macchine, ma quella mattina ce n’erano una decina parcheggiate. Guardando la vetta dello Stelvio avrei dovuto percorrere una decina di chilometri per arrivare in cima e altrettanti per scendere e riuscire a fare le scritte sui tornanti con un secchio di 10 litri di colore. Davanti a me avevo l’intera giornata e riuscii nel mio intento.
Quando ci fu il Mondiale a Verona a mio fratello era stato accennato che probabilmente avrebbe fatto parte della squadra italiana e lui quella stagione rinunciò a grandi corse per prepararsi fisicamente per il mondiale. Purtroppo qualche giorno prima gli fu comunicato che era fuori e che non avrebbe partecipato al Mondiale e ne rimase molto deluso. Anche un altro corridore veronese fu scartato e lui provò a partecipare addirittura cambiando nazionalità, ma senza successo. Io non volevo rimanere in silenzio e andai contro la volontà di mio fratello di evitare le polemiche e diedi voce al fans club. Una settimana prima che si svolgesse la corsa partii presto la mattina e imbrattai le strade delle Torricelle con il suo nome e la cosa finì sul giornale. La notte prima del grande giorno partimmo io, mia mamma, mie zie, la sorella più grande di mio padre e la seconda e ci accampammo lungo il percorso. Avevo disegnato una vignetta che diceva ” L’esclusione di un Grande dalla Gara…Qualcuno se la faceva sotto” e rappresentava dei conigli di schiena con la maglia italiana. Avevo scritto una lettera, della quale feci una quantità di fotocopie che attaccai su tutto il percorso.
“CALPESTAMI…E’ INDIFFERENTE MONDIALI DI CICLISMO 2004! Ammiro l’orgoglio di tutti coloro che vogliono partecipare ad una corsa così importante. Ammiro il coraggio di chi si impegna con tutte le forze ad esserci, anche cambiando nazionalità (quando questa mette in condizioni di farlo), ciò vuol dire sacrificarsi per il ciclismo. Peccato che i sentimenti siano calpestati dalla materialità. Peccato che il rispetto abbia perso il significato di trattenere dall’offendere e… Peccato che l’offesa venga sostituita dal detto ” La Legge dice così “. Quanto cinismo…ma è la realtà. Voluta da tutti, poiché il nostro è un continuo lamentarsi in silenzio!”
Portai con noi il grande libro dei 25 Anni di raccolte di articoli e foto di mio fratello e lo posizionammo in modo che, chi girasse lungo il percorso potesse fermarsi a guardalo. Avevo scritto una lettera d’invito a mio fratello a nome del Fans Club perché venisse a presiedere allo Stand insieme a noi facendo vedere che nessuno lo avrebbe calpestato moralmente e noi rimanemmo fino alla fine. Avevo scritto una lettera al giornale che pubblicarono a pezzi, ma probabilmente avevo fatto troppe polemiche per il carattere di mio fratello e per non litigare decisi che forse non faceva per me. Fu la mia ultima partecipazione da responsabile del Fans Club, ma rimasi ugualmente tifosa.
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Thank you so much for your words. Cycling is a great sport!!!