Adolescenza

ADOLESCENZA – Capitolo 8

Essere genitore vuol dire anche avere la responsabilità di educare i propri figli nel miglior modo possibile, decidendo delle regole di convivenza, di rispetto, di comportamento all’interno del nucleo famigliare guidandoli poi nella società. I miei genitori erano molto rigidi sul permettermi di uscire la sera. Potevo andare in discoteca alla domenica pomeriggio, ma se le amiche decidevano di cambiare locale, dovevo raccontare una bugia e andare di nascosto in stazione per prendere il treno e cambiare paese. Tutto questo per non sentirmi dire che non erano d’accordo, che alla mia età non si doveva fare, che la gente del paese avrebbe avuto da criticare il mio comportamento, che sarei sembrata “una poco di buono”. Cosa facevo di così sbagliato? Sapevo come comportarmi e cercavo di mantenere un atteggiamento maturo ma agli occhi dei miei genitori probabilmente non era così altrimenti avrebbero dimostrato più fiducia in me limitandosi solo a raccomandazioni di attenzione. Quello che mi dava più sui nervi era che ci si doveva comportare in modo tale da non far parlare nessuno di te se non in modo positivo. A volte capitava che si tornava dagli allenamenti di pallavolo e ci si fermava a chiacchierare una volta scese dal pulmino, ma se ritardavo anche solo di 5 minuti vedevo arrivare mio padre inveendo e sgridandomi manco avessi ucciso qualcuno. Voglio precisare che il pulmino si fermava dal lato opposto della strada di casa mia, ciò vuol dire che avrebbe potuto guardarmi senza fare tante scenate. Allora non c’erano i telefoni cellulari per poter avvisare se facevi ritardo e comprendo che se ti danno un orario bisognerebbe fare in modo di partire qualche minuto prima per poter arrivare puntuali, ma lo puoi fare se sei indipendente non quando dipendi dagli altri. Comunque esistono vari modi per sgridare una persona senza dover per forza offendere o umiliare la stessa. Quante volte ho desiderato avere sorelle più grandi come mia cugina, figlia della sorella maggiore di mia mamma. Quando la sentivo raccontare delle sue uscite, o la vedevo andare in un bar frequentato da studenti, per fare colazione, prima di andare a scuola io desideravo poter fare come lei. Non sapevo raccontare le bugie e alle domande cosa hai fatto o dove sei andata non riuscivo a mentire dicendo la verità e sentendomi rimproverare inutilmente. Sapevo di non aver fatto nulla di male e i rimproveri non avevano senso. Non si può pretendere di proteggere le persone da ciò che succede nel mondo tenendole rinchiuse in casa. Bisogna dare fiducia se si vuole ottenere fiducia. Mi sentivo prigioniera e avevo una voglia di conoscere il mondo secondo le possibilità di un adolescente. Avevo bisogno di un contatto con la società, diverso dalla scuola e diverso da casa mia e decisi di ritirarmi da scuola e andare a lavorare per poter avere la mia indipendenza. Iniziava un periodo di ribellione verso la famiglia e diventai dispettosa. Se mi dicevano di non fare io non obbedivo e facevo quello che volevo.

Andai ad aiutare un fotografo del paese vicino. Mi spiegò il funzionamento delle macchine che sviluppano le foto. All’inizio ero un po’ in difficoltà ma prima della fine della settimana riuscii a capirne il funzionamento e mi sentivo più capace. Suppongo che agli occhi del titolare potevo sembrare impedita, ma sapevo che avrei imparato bene. Peccato che non riuscii a mostrare le mie capacità di apprendimento, poiché dopo un paio di settimane ritornai a scuola. Non era una mia volontà, mi sentivo costretta, dal momento che ogni sera mi telefonava un mio compagno di classe per cercar di convincermi a finire almeno l’ultimo mese. Infatti mi ero ritirata da scuola a metà del secondo quadrimestre. Anche la preside della scuola mi chiamò. Così ritornai, molto svogliata e mi rimandarono in tre materie che non volli assolutamente recuperare. Mannaggia, mi pento di ciò e rimedierò.

Quell’estate a Luglio nacque l’ultimo dei miei fratelli e subito dopo ferragosto iniziai a lavorare in un Garden come commessa. Avevo detto di essere a conoscenza del settore ma capirono subito che non ne sapevo nulla, videro però la mia buona volontà e fui assunta. La responsabile del Garden era una signora oltre la cinquantina. Aveva molta esperienza alle spalle e si vedeva che conosceva bene il settore. Imparai molto da lei, ero attenta a tutto ciò che diceva, cercavo di memorizzare ogni informazione per poter essere in grado di rispondere a domande specifiche che mi faceva la clientela. Avevo comprato dei libri sui quali studiare. Era un mondo nuovo e il contatto con persone diverse dalla mia famiglia mi entusiasmava. Per andare a lavorare ci andavo inizialmente in autobus, poi mio padre volle comprarmi la moto e studiai per prendere la patente. Mi comprò un Cagiva Blues, una motocicletta in stile “custom”, di cilindrata 125. Feci così tante guide con mio padre, probabilmente non ero portata per le moto e quando dovetti fare le prove con la vespa dell’autoscuola mi dissero che forse era meglio che aspettassi l’età per la patente della macchina. Ricordo che per mettere in cavalletta la vespa, mi ribaltai rompendo la maniglia del freno e mentre facevo le prove di guida invece di fare zig-zag tra i birilli, centrai il primo che mi si impigliò nella ruota davanti e col piede cercavo di toglierlo, ma poiché ero ancora in transito presi di mira tutti gli altri centrandoli tutti. Nella prova dell’accelerata con frenata finale mi dimenticai di frenare e accelerai così tanto che sentii una raffica di parolacce dall’istruttore, mi veniva voglia di fuggire e non tornare più. La prima volta fui bocciata, la frenata non mi veniva. Quando ripetei l’esame e fui promossa ricordo che l’insegnante della scuola-guida mi consigliò un’altra autoscuola purché non mi iscrivessi alla sua per la patente della macchina. Ho sempre avuto paura e guidare la moto per strada mi spaventava un po’;ero così sbadata che una sera fuori da un locale nel paese mentre si stava chiacchierando in compagnia, un mio compagno delle medie mi diede in mano la sua vespa credendo che fossi capace di guidarla dato il mio atteggiamento sicuro e io feci pure salire dietro una ragazza che abita in una corte che precede quella dei miei genitori, ma al momento di lasciare la frizione accelerai e impennai la vespa, la mia amica cadde all’ indietro e si sedette a terra e io lasciai andare la moto saltando all’indietro e lasciando che questa cadesse di fianco. Ero mortificata, il mio compagno credo si sia sistemato i danni da solo per non dire di avermela prestata. Non so il perché mi comportavo così, le mie paure mi accompagnavano sempre però il desiderio di buttarmi era più forte e provavo ogni volta.

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