Maturità

Capitolo 15 : Mia Cugina

Per dare visibilità al mio negozio, poiché rientrava di un paio di metri dal marciapiedi, chiesi a mia cugina (figlia del fratello di mia mamma) di scrivere “fiori” sulle bordure laterali. Le macchine così che passavano sulla strada intercettavano la scritta prima di passare davanti al negozio e incuriosite giravano la testa notando le vetrine. Impiegò qualche giorno per finire il lavoro e nel frattempo instaurammo un rapporto di complicità. La famiglia da parte di mia mamma era molto numerosa e c’era la tradizione di andare a mangiare la domenica a pranzo da mia nonna materna, così ci si vedeva e si stava insieme. Questo fino alla morte di mio nonno poi si perse un po’ la tradizione e così capitava tra cugini di vedersi di rado. Se non si frequentavano le stesse compagnie facevi mesi, anche anni, forse a Natale per farsi gli auguri riuscivi ad incontrare qualcuno di loro. Ecco perché non avevo un forte legame inizialmente con lei e in più era più giovane di qualche anno. Il fatto di chiederle di lavorare per me ci aveva dato modo di creare un legame. Aveva uno spirito allegro e sempre sorridente. Cominciammo ad uscire insieme e se capitava che proponevo di fare qualche “cavolata” Lei accondiscendeva sempre, a volte spiazzandomi. Una sera partecipammo ad una gara che consisteva nel bere 20L di birra per vincere una maglia. Li bevemmo in due e portammo a casa la maglietta. Il problema era tornare a casa con tutta quella birra in corpo. Non sembrava fossimo molto ubriache, eravamo coscienti che non potevamo guidare in quelle condizioni e decidemmo di smaltire l’alcol con attività fisica. Così decidemmo di spingere l’auto fino dove c’era permesso. Non ricordo se riuscimmo a fare 800-900 metri, ed erano tanti, tra risa, discorsi senza senso e sforzo fisico, ma dopo un’ora eravamo pronte a ripartire per tornare a casa.

Ricordo un S.Valentino che mi disse -” Andiamo a mangiare la pizza io faccio Romeo e tu Giulietta!”. Arrivò a casa mia con il maggiolone cabriolet color ocra di suo fratello, vestita con abiti vintage da uomo, con un cuscino sullo stomaco che le creava un pancione e agitando il bastone in aria gridava il nome “Giulieta” perché mi affacciassi alla finestra. Io indossavo i vestiti di mia nonna e mi ero fatta una treccia lunga finta e sporgendomi dalla finestra le gridavo che sarei arrivata. Sebbene Febbraio, non sentivamo freddo e avevamo aperto il tetto al maggiolone, dovevamo fare 5 o 6 chilometri per arrivare al posto prenotato. Una volta arrivate in pizzeria eravamo al centro dell’attenzione di tutti coloro che stavano cenando. Quante risate ci siamo fatte. Credo che in tutti questi anni sia stato il giorno di S.Valentino più bello in assoluto. Una sera mentre ero da lei che l’aspettavo pronte per uscire, suo fratello minore ci chiese dove saremmo andate e se poteva venire insieme a noi e lei gli rispose che non c’erano problemi se non, che si doveva vestire da donna. Io a quella richiesta risi, ma scoppiai in una risata sonante solo dopo che lui rispose di sì. Lei cominciò a guardare nel guardaroba cercando dei capi che potessero stagli bene e ne tirò fuori una gonna lunga con camicetta e giacca. Acconciò i suoi capelli passando la piastra. Li portava leggermente lunghi sebbene uomo perché allora erano di moda e a lui stavano bene. Infine passò al make-up. Lei aveva frequentato l’artistico ed era molto brava nel disegno a mano libera, che riuscì a valorizzare i suoi occhi in modo pazzesco. Con del fondotinta coprente non si vedeva l’attaccatura della barba e il rossetto gli stava così bene che era veramente bellissima. Pronti a partire tra battute e risate ci dirigemmo, per bere qualcosa, in un locale poco distante dalla discoteca che avevamo deciso, per finire la serata. Si erano aggiunte pure due nostre amiche e una volta sedute al tavolo e ordinato da bere, si avvicinarono dei ragazzi per fare qualche parola con noi. Uno di loro si sedette proprio vicino a mio cugino. Gli faceva domande su domande e lui rispondeva inclinando il capo una volta a destra e una volta a sinistra sempre sorridendo fino a quando gli chiesero che profumo usasse e lui rispose alterando la voce, che era un profumo esotico. Alla pronuncia di quel “essotico” sottolineando la esse come fosse doppia e sibilante, io e sua sorella scoppiammo in una risata che coinvolse tutti. Non ho mai capito se quei ragazzi si fossero accorti che lui era uomo, sta di fatto che era entrato così bene nella parte che confondeva anche noi. Arrivammo alla discoteca ed entrò con la riduzione donna poi si scatenò come non mai. A volte dopo tanti anni quando ci si rivede e si ricorda quella serata, si ride ancora.

Mia cugina aveva una moto enduro e capitò pure che ci facessimo delle giornate al lago io con la mia Cagiva Blues e lei con il suo TT. Io ero sempre piuttosto disattenta ma lei era brava e paziente con me, eravamo una bella coppia. Mi piaceva la sua risata coinvolgente, aveva gli occhi che sorridevano, sembravano due perle nere con delle ciglia lunghissime che valorizzavano la forma a mandorla. Portava i capelli lunghi a volte acconciati con tutte trecce. Era molto bella infatti aveva spasimanti che in poco tempo si trovò un fidanzato e io sebbene felice per lei ero tornata ad essere sola. Non proprio, quando uscivo con lei capitava che ci unissimo alla compagnia di suo fratello maggiore e così continuai ad uscire con loro. Ma avevo perso la compagna perfetta.

Mi cugino, più grande di me di solo un anno era meraviglioso, un burlone, l’unico che non si faceva scrupoli nei miei confronti, che per la prima volta quando mi abbracciò solo per un saluto mi fece capire l’abbraccio sincero, deciso, avvolgente non come quando ti prendono solo le spalle e tutto il resto del corpo non sai se c’è l’hanno attaccato poiché è curvo all’indietro. Poi ti danno un colpetto, come quando il dottore, per sentire il respiro con lo stetoscopio, da dei colpetti sulla schiena mentre appoggia lo strumento, chiedendo di fare un respiro profondo. Io, essendo un po’ tanto sulle mie, non permettevo certe confidenze, ma lui era speciale ed è ancora così. I suoi amici avevano la passione di giocare a carte, alcuni facevano parte di una band e se capitava che avessero delle serate si andava ad ascoltarli. Parecchi festeggiamenti si facevano in un locale in centro città che aveva come caratteristica un wc esposto come fosse un monumento dove ci si poteva sedere e fare delle foto e rappresentava il nome del locale. All’interno c’era un pianoforte ed era sempre nostro. Un ragazzo in compagnia lo sapeva suonare molto bene e si cantava a squarcia gola. Con quel ragazzo ebbi una storia ma non d’amore. Sinceramente era l’unico che mi interessasse, ma poi mi resi conto che non avevamo nulla in comune o che potesse tenerci uniti. Però lo capii quando mi dissero che aveva una ragazza, non provai dolore, non mi sentii ferita, anzi ero felice per lui. Desideravo la storia d’amore ma non volevo nessuno.

Ricordo un ultimo dell’anno che erano venuti a casa mia. Avevamo sistemato il laboratorio di mio padre e lo avevamo acconciato per la festa. Eravamo quasi tutti ubriachi. C’erano anche amici e amiche di mio fratello. Ricordo solo che io stavo vicino ad un ragazzo della compagnia di mio cugino che era molto, ma molto loquace. Parlava in continuazione e a me piaceva ascoltarlo. Dormimmo sdraiati sopra un mobile e alla mattina mi sembrava di sentire ancora la sua voce ( era accanto a me ma con la bocca chiusa). È vero lo ascoltavo guardandolo con un sorriso che sembrava prenderlo in giro, invece era perché mi divertiva. Mamma mia quanti tequila bum-bum, tequila sale e limone, sambuca e vino a volontà. In quegli anni portavo le lenti a contatto, le gas-permeabili poiché sono miope e astigmatica e quando si alzava un po’ il gomito (si beveva troppo ), io facevo movimenti di scatto e perdevo ogni volta una lente o entrambe. Sinceramente le ritrovavo sempre bloccando tutti dicendo che avevo perso le lenti e chi mi stava vicino le cercava con me. Una la dovevo rimettere altrimenti non vedevo nulla, l’altra a volte capitava che la tenessi in bocca per non perderla di nuovo o perché il mio occhio non era sufficientemente umido da indossarla. Succedeva sempre che me la dimenticassi e poiché avevo costantemente il chewingum, masticavo pure la lente. Dopo averne cambiate un po’ decisi di portare gli occhiali. Per un periodo di tempo si unirono alla compagnia mia cugina, figlia della seconda sorella di mia mamma e la mia vicina di casa. Ho dei vuoti di memoria di quel periodo ma ricordo bene una vacanza alle Tenerife con questa mia cugina. Fu sua mamma a dirmi che aveva trovato un’offerta per due settimane in un bellissimo hotel sulla spiaggia alle Canarie e si partiva a breve. Un sogno. In aereo ci facemmo una promessa e cioè quello che sarebbe successo sull’isola sarebbe rimasto sull’isola. Potevamo liberare noi stesse da qualsiasi inibizione, nessuno ci conosceva e anziché criticare guardavamo ridendo cosa combinavano i ragazzi in vacanza sull’isola, la maggior parte inglesi. Una serata in un locale rinomato ballavano tutti sui tavoli tenendo bottiglie di birra nelle tasche e alcune in mano e io mi aggregai a loro. Quando io e mia cugina uscimmo per prendere un po’ d’aria c’erano alcuni ragazzi e ragazze seduti su un’ aiuola e uno di loro catturò la nostra attenzione. Era veramente bello ma aveva attorno alla bocca tutte croste, che sembrava fossero un’erpes. Quel suo difetto non frenava il suo atteggiamento da latin-lover perché baciava ragazze di continuo. Noi ridevamo e vedere ragazzi ubriachi, ragazze che dovevano essere sostenute poiché non si reggevano in piedi, ballerini improvvisati, cantanti guidati dall’alcol, ci dava l’impressione di vivere in un film. Si tornava in Hotel verso le 8:00 ora in cui sembrava sorgere il sole e ci si cambiava per la piscina, dormivamo sugli sdrai. La nostra camera sembrava un discount. Ci piaceva comprare del cibo per poi fare spuntini lontano dai pasti e adagiavamo tutto sul letto. Molto spesso mettevamo il cartellino fuori dalla porta che avvisava le signore delle pulizie di non passare per non sconvolgere il nostro confort disordinato. La seconda settimana ci accorgemmo che a due piani sotto il nostro, poiché erano seduti in poggiolo, ci stavano due ragazzi carini e non capivamo di che nazionalità fossero. Dopo aver fatto notare che c’eravamo pure noi in quel hotel iniziammo a salutarci e capimmo che erano italiani. Li invitammo a salire ma prima che entrassero io e mia cugina rinnovammo la promessa che non avremmo consumato (non dovevamo avere rapporti con nessuno). Dopo le classiche presentazioni ci fu qualche bacio passionale ma frenato dalla nostra promessa. Sinceramente io ero sotto la doccia (pure vestita) con uno di loro poi quando entrò anche il suo amico uscimmo e non ricordo se abbiamo smontato la loro passione dopo aver raccontato il nostro voto o quando ci dissero di essere della nostra città, sta’ di fatto che decidemmo di separarci anche perché era ora di cena. Ricordo che li incontrammo fuori dall’ascensore e per salutarci ci baciammo sulla guancia e che uno di loro disse che era strano baciarsi così e la cosa ci fece ridere. Una serata andammo in un locale latino e a me piaceva tantissimo. L’atmosfera era calda e solare c’erano ragazzi del posto e io li preferivo. Nella seconda settimana anziché prendere il sole avevamo deciso di girare un po’ nei dintorni dell’Hotel per vedere cosa ci proponeva l’isola e ci passarono così veloci i giorni che arrivò il l’ultimo giorno. Ritornate a casa in Italia, riprendeva la quotidianità. Fu una delle più belle vacanze con questa mia cugina anche perché poi non ci si vedeva spesso e credo che lei cominciasse ad uscire con un ragazzo che è tuttora suo marito.

(6) Commenti

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